di Stefano Grossi Gondi, elaborazione dal New York Times del 11 dicembre 2007 e da Wired
È diventato famoso recentemente, da quando ha annunciato la sua scoperta: si possono ottenere cellule staminali “pluripotenti indotte” senza distruggere embrioni umani ma “riprogrammando” cellule della pelle.
Il fatto non è da poco, perché oltre ad essere una novità scientifica sembra risolvere una questione etica sulla quale si dibatte da anni, sull’opportunità o meno di sacrificare vite per (cercare di) salvarne altre.
Una questione etica che lo scienziato giapponese ha affrontato di petto otto anni fa, durante una visita ad un laboratorio di ricerca in qualità di professore assistente di farmacologia. «Quando osservai l’embrione, capii subito che c’era una differenza molto piccola tra lui e mia figlia»
Ora Yamanaka ha 45 anni, due figli, e insegna all’Università di Kyoto. La sua attività si ispira alle riflessioni fatte in quel laboratorio: «Non possiamo proseguire a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci deve essere un’altra strada».
Dopo anni di ricerca la strada è stata trovata, in contemporanea ad un altro gruppo di ricerca guidato da James A. Thomson dell’Università del Wisconsin, tra i pionieri delle ricerche sulle cellule staminali embrionali.
L’esperienza di Yamanaka è stata raccontata dal New York Times: l’intuizione iniziale, i problemi superati, il risultato raggiunto.
Tra gli ostacoli principali, la tendenza delle cellule staminali prodotte in laboratorio a generare geni cancerogeni. Attualmente infatti il rischio cancro è la ragione principale per cui la terapia a base di cellule staminali sembra ancora una possibilità remota. La ricerca sulle cellule staminali è quindi più promettente sul piano della scienza di base.
Non sembra su posizioni totalmente pro-life, lo scienziato Yamanaka, che aggira le restrizioni nipponiche sull’uso degli embrioni appoggiandosi a un laboratorio di San Francisco, sia pure per «verificare solamente che lo sviluppo delle cellule adulte riprogrammate sia uguale a quello di vere cellule staminali».
Ma i suoi intenti sono precisi: «Non c’è modo attualmente di non fare un certo uso degli embrioni. Ma il mio obiettivo è di riuscire a farne a meno»
E dalla California, stato-simbolo della ricerca sulle cellule staminali embrionali, giunge notizia di un cambio di rotta, deciso ancor prima delle scoperte scientifiche di Yamanaka e Thomson. Il California Institute for Regenerative Medicine (Cirm) - destinatario dei maggiori finanziamenti al mondo per gli esperimenti sugli embrioni - ha deciso di intraprendere anche strade alternative di ricerca sulle staminali adulte e l’anno prossimo devolverà 13 milioni di dollari a favore dei ricercatori che intendono investigare tecniche che non distruggono embrioni umani.
Il fatto non è da poco, perché oltre ad essere una novità scientifica sembra risolvere una questione etica sulla quale si dibatte da anni, sull’opportunità o meno di sacrificare vite per (cercare di) salvarne altre.
Una questione etica che lo scienziato giapponese ha affrontato di petto otto anni fa, durante una visita ad un laboratorio di ricerca in qualità di professore assistente di farmacologia. «Quando osservai l’embrione, capii subito che c’era una differenza molto piccola tra lui e mia figlia»
Ora Yamanaka ha 45 anni, due figli, e insegna all’Università di Kyoto. La sua attività si ispira alle riflessioni fatte in quel laboratorio: «Non possiamo proseguire a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci deve essere un’altra strada».
Dopo anni di ricerca la strada è stata trovata, in contemporanea ad un altro gruppo di ricerca guidato da James A. Thomson dell’Università del Wisconsin, tra i pionieri delle ricerche sulle cellule staminali embrionali.
L’esperienza di Yamanaka è stata raccontata dal New York Times: l’intuizione iniziale, i problemi superati, il risultato raggiunto.
Tra gli ostacoli principali, la tendenza delle cellule staminali prodotte in laboratorio a generare geni cancerogeni. Attualmente infatti il rischio cancro è la ragione principale per cui la terapia a base di cellule staminali sembra ancora una possibilità remota. La ricerca sulle cellule staminali è quindi più promettente sul piano della scienza di base.
Non sembra su posizioni totalmente pro-life, lo scienziato Yamanaka, che aggira le restrizioni nipponiche sull’uso degli embrioni appoggiandosi a un laboratorio di San Francisco, sia pure per «verificare solamente che lo sviluppo delle cellule adulte riprogrammate sia uguale a quello di vere cellule staminali».
Ma i suoi intenti sono precisi: «Non c’è modo attualmente di non fare un certo uso degli embrioni. Ma il mio obiettivo è di riuscire a farne a meno»
E dalla California, stato-simbolo della ricerca sulle cellule staminali embrionali, giunge notizia di un cambio di rotta, deciso ancor prima delle scoperte scientifiche di Yamanaka e Thomson. Il California Institute for Regenerative Medicine (Cirm) - destinatario dei maggiori finanziamenti al mondo per gli esperimenti sugli embrioni - ha deciso di intraprendere anche strade alternative di ricerca sulle staminali adulte e l’anno prossimo devolverà 13 milioni di dollari a favore dei ricercatori che intendono investigare tecniche che non distruggono embrioni umani.