Ricerca senza embrioni: gli scienziati ci credono

di Viviana Daloiso, Avvenire È Vita, 14 febbraio 2008
La parola d’ordine è "riprogrammazione". Non importano gli orientamenti scientifici seguiti fino a ieri, non importano i fondi stanziati per la ricerca sugli embrioni: da quando, lo scorso 20 novembre, Shinya Yamanaka ha comunicato al mondo la sua scoperta sulle cellule ringiovanite, il mondo scientifico ha dovuto prenderne atto e valutare se cambiare direzione. Intraprendendo quella nuova, rivoluzionaria, inaugurata dagli esperimenti condotti dal giovane scienziato giapponese.

Una scoperta dalle grandi potenzialità
Basti dare un’occhiata alle principali riviste scientifiche internazionali: da Cell a Science, passando per Nature e Stem Cell, non c’è fascicolo né editoriale in cui scienziati o esperti di biologia cellulare non si soffermino sulle incredibili potenzialità della scoperta, valutando il suo impatto sul mondo della ricerca scientifica ed esprimendo i propri dubbi sulla necessità di continuare nello studio sulle cellule embrionali. Oppure, si pensi alla "scoperta" annunciata lunedì dall’équipe dell’Università della California a Los Angeles (Ucla) guidata dai giovanissimi ricercatori Kathrin Plath e William Lowry, e che in poche ora ha fatto il giro del mondo conquistando le pagine dei principali quotidiani internazionali.
Semplicemente, la ripetizione del protocollo Yamanaka: cellule umane adulte della pelle fatte tornare "indietro" nel tempo e trasformate in staminali pluripotenti, cioè capaci di differenziarsi in ogni tipo di tessuto, senza che nel procedimento siano stati distrutti embrioni. Un altro successo. Con la precisazione degli scienziati, quasi d’obbligo nel mondo della ricerca (dove nessuna strada viene esclusa apriori): si tratta di una tecnica sorprendentemente efficace, ma non si deve escludere che «la ricerca sugli embrioni continui». Ma a ogni nuova scoperta nascondersi dietro quella "necessità", nei fatti ormai superata, sembra sempre più uno slogan da ripetere per evitare di essere sospettati di oscurantismo. Sarà, ma intanto – senza clamori – sono numerose le équipe in tutto il mondo che nelle ultime settimane si sono misurate con le indicazioni di Yamanaka, constatandone sul campo l’efficacia e convincendosi dell’inutilità pratica, prima ancora che etica, della ricerca sugli embrioni.

L’autore della pecora Dolly ha abbandonato la clonazione
È il caso del gruppo di scienziati guidati dal padre della pecora clonata Dolly, Ian Wilmut, che nei laboratori del Centre for Regenerative Medicine dell’Università di Edimburgo ha definitivamente archiviato il metodo della clonazione per dedicarsi a tempo pieno alla riprogrammazione cellulare: nessuna sorpresa, considerato che era stato lo stesso Wilmut ad annunciare alla vigilia della pubblicazione del protocollo di Yamanaka sulla rivista Cell che quel metodo avrebbe rivoluzionato la ricerca scientifica, vista «la sua efficacia, la sua semplicità e la sua correttezza dal punto di vista etico». Ma che proprio l’inventore della tecnica della clonazione di punto in bianco abbia scelto di dedicarsi al "nuovo" costituisce un importante segnale che nel mondo scientifico ha il suo peso. Non a caso proprio a Edimburgo quattro ex ricercatori del Roslin Institute che avevano collaborato agli studi su Dolly hanno fatto appello alla regina Elisabetta chiedendo che a Wilmut sia ritirato il titolo di "Sir", accusandolo di essere un «ciarlatano per sua stessa ammissione» e dichiarando di sentirsi "usati", visto che il loro lavoro non è stato riconosciuto.

È facile leggere, tra le righe, come la "conversione" scientifica di Wilmut non sia proprio andata giù al mondo scientifico anglosassone, schierato in maggioranza su ben altre posizioni. Come confermato, peraltro, dalle recenti dichiarazioni di Stephen Minger, il padre di quegli ibridi uomo-bovino la cui inutilità è stata palesata proprio dalla scoperta di Yamanaka. Guardacaso, lo scienziato del King’s College di Londra si è espresso in maniera nettamente contraria alla tecnica di riprogrammazione cellulare, arrivando a dire che pensare di poter utilizzare le cellule ringivanite per curare i malati è «a lunacy», «una pazzia».

Team al lavoro anche negli Usa
Venti di riprogrammazione spirano, poi, nei più importanti laboratori d’oltreoceano: per la maggior parte sostenitori della ricerca sugli embrioni, gli scienziati americani sembrano ora guardare con crescente interesse alla tecnica del ringiovanimento delle cellule adulte, mostrandosi disposti ad archiviare la questione sull’uso degli embrioni. Esperimenti in questo senso vengono condotti dal team di Kevin Eggan, ad Harvard, che ha già raccolto cellule adulte da pazienti affetti da sclerosi laterale amiotrofica (Sla) per creare nuove linee di cellule riprogrammate e sperimentare una via possibile per la cura di quella implacabile malattia. Lo stesso vale per Lawrence Goldstein, direttore dello «Stem cell program» all’Università della California di San Diego, che ha dichiarato come nel suo laboratorio si sia iniziata la raccolta e la catalogazione di cellule adulte di malati di Alzheimer: le cellule riprogrammate ottenute da queste ultime, ha spiegato Goldstein, potrebbero servire non solo per curare i malati ma anche per creare nuovi farmaci adatti a curare quella patologia. Lo stesso vale per George Daley, del Children Hospital di Boston, che sta ricavando cellule riprogrammate da individui malati proprio per studiare le caratteristiche delle malattie ai diversi stadi dello sviluppo cellulare: una tecnica inedita, che impiega le cellule ringiovanite come "modelli" da cui raccogliere informazioni sulle malattie.

Dalla ricerca sugli embrioni alla riprogrammazione cellulare
Per non parlare di Robert Lanza, il direttore di quell’Advanced Cell Technology di Worcester (Massachusetts) tanto rinomato negli Usa per la ricerca sulle staminali embrionali: dopo che lo scorso gennaio aveva ottenuto cellule staminali da embrioni attraverso una tecnica (piuttosto controversa) di prelievo delle blastocisti senza distruggere gli embrioni stessi (a suo dire), ha dichiarato di essere pronto a creare una banca di linee di cellule ringiovanite con diverse caratteristiche, compatibili con il maggior numero di pazienti (ipotesi auspicata dallo stesso Yamanaka). Doppia svolta etica, e doppia conferma di come la riprorgrammazione cellulare interessi anche il mondo scientifico più "affezionato" alla ricerca sugli embrioni.

«I limiti etici non sono ostacoli, ma risorse»
Ma le novità più interessanti arriveranno nei prossimi mesi, quando – secondo un’indiscrezione trapelata sulla rivista Science – verranno resi pubblici i risultati di una ricerca condotta dal biologo Ding Sheng, che nei laboratori del The Scripps Research Institute di San Diego sta sperimentando il protocollo di Yamanaka ma con una differenza: al posto dei geni usati per il ringiovanimento delle cellule, adotta micromolecole in grado di superare le membrane delle cellule stesse che, una volta inseritesi nel nucleo, attivano i geni all’interno di queste ultime.

Una tecnica che farebbe a meno dell’uso dei retrovirus come vettori dei geni, evitando il pericolo che si sviluppino processi cancerogeni.
E Yamanaka? I suoi collaboratori assicurano che è «sprofondato», giorno e notte, nel suo laboratorio di Kyoto, anche lui alla ricerca di un metodo alternativo a quello dei retrovirus. Senza sapere, forse, che il suo motto – «i limiti etici non sono ostacoli, ma risorse» – sta facendo scuola.