Dossier dell'Agenzia Fides, 29 marzo 2008
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La popolazione europea
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel maggio 2007, la Rete Europea dell’Istituto di Politica Familiare (IPF) presentò al Parlamento Europeo un rapporto elaborato da un’equipes multidisciplinare di esperti, che raccoglieva statistiche e informazioni fornite da organismi internazionali negli anni compresi tra il 1980 e il 2005. Il Rapporto è l’ultimo, più attendibile studio, sulla situazione della famiglia in Europa.
Rispetto ai dati sulla popolazione, dal rapporto emerge una crescita lenta della popolazione europea, anche se maggiore negli anni 2002-2007, rispetto ai cinque anni precedenti. Alla fine del 2006, la popolazione europea contava circa 500 milioni di persone. L’Irlanda (con una crescita del 16,3%), il Lussemburgo (11,6%) e la Spagna (11%), sono i paesi che presentano una crescita maggiore. Mentre Germania (con una crescita dello 0,8%), Svezia (2,4%) e Finlandia (2,7%), sono i paesi che presentano la crescita minore.
Tra il 1994 e il 2006 la popolazione europea è cresciuta di 19 milioni di persone. L’80% della crescita della popolazione nel periodo, è stato dovuto alla presenza di quindici milioni di immigrati, non per la crescita naturale, che è rimasta stazionaria (solo circa 310.000 persone all’anno), molto inferiore a quella degli Stati Uniti, dove la crescita della popolazione è di 12 volte superiore a quella europea. Solo Francia e Olanda presentano una crescita naturale superiore alla propria immigrazione.
Il rapporto calcola che a partire dal 2025 l’Europa comincerà lentamente a spopolarsi, mentre gli Stati Uniti continueranno a crescere e, ai ritmi attuali, nel 2060 Stati Uniti ed Europa avranno la stessa popolazione (circa 454 milioni di abitanti).
L’invecchiamento
In Europa vi sono più persone anziane che bambini. Mentre nel 1980 c’erano oltre 36 milioni di bambini in più rispetto alle persone anziane, nel 2004 gli anziani superavano i giovani di meno di 14 anni, con una perdita di giovani di 23 milioni in 25 anni, che rappresenta una riduzione del 21%; il 10% negli ultimi dieci anni. La popolazione con meno di 14 anni rappresenta solo il 16,2 dell’intera popolazione (80 milioni di persone nell’UE a 27 paesi).
L’incremento di più di 18 milioni delle persone anziane, in 25 anni, è del 29%. Gli 81,7 milioni di persone con più di 65 anni corrispondono ad un sesto del totale. Le persone con più di 80 anni sono aumentate dell’84% e sono, nel totale, 18,8 milioni (un abitante della Comunità su 25). Solo un italiano su 7 (il 14,2%) è giovane. Spagna (44% di calo), Portogallo (40%) e Italia (37%) sono i paesi che hanno perso il maggior numero di giovani (meno di 14 anni) dal 1980 al 2005. L’Italia (con quasi il 20%), la Germania e la Grecia sono i paesi con la maggiore popolazione anziana.
Una delle contraddizioni più profonde della politica europea, è costituita dal fatto che l’occupazione non si adegua all’invecchiamento della popolazione. L'età di pensionamento, infatti, continua a ridursi in tutta l'Europa occidentale. Negli Stati Uniti, invece, la partecipazione alla forza lavoro di coloro che sono prossimi alla sessantina supera quella per esempio degli italiani di circa il 30 per cento. Un discorso analogo vale per paesi come il Giappone e la Corea del Sud nei confronti di concorrenti europei come Francia e Germania. Per affrontare in maniera adeguata questa tematica, sarebbe necessario il ripensamento del sistema del welfare e del mercato del lavoro, privatizzando gradualmente i sistemi pensionistici per garantire più libertà di scelta ai lavoratori.
Occorrerebbe anche, considerando gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, adottare un nuovo approccio alla sanità, abbandonando la visione della sanità come una semplice questione di costi sociali o di assistenza, per interpretarla piuttosto come investimento.
C’è anche da considerare, rispetto al problema dell’invecchiamento della popolazione, il dato legato alla disabilità. L’invecchiamento della popolazione e l’aumentata longevità degli individui comporterà, in base alle statistiche, un incremento del numero di persone anziane con disabilità e necessità di cure di lungo periodo. Le persone con disabilità in Europa sono più di 50 milioni e rappresentano il 10% della popolazione europea. C’è uno stretto rapporto tra disabilità ed età avanzata; problema che si aggiunge agli altri problemi che riguardano la disabilità: l’esclusione delle persone con handicap dal mercato del lavoro in misura eccessiva; disuguaglianze ancor più marcate per le donne diversamente abili; minori possibilità di inserimento socio-lavorativo per le persone che presentano handicap intellettivi o difficoltà di apprendimento. Tutti problemi, questi, che stante la situazione attuale, in molti paesi europei restano a carico delle famiglie. La politica europea sa, ma non affronta le scelte necessarie per risolvere i problemi delle famiglie europee, rendendole “aperte” alla vita.
La natalità
In Europa nascono sempre meno bambini: nel 2006, sono state registrate appena 5,1 milioni di nascite. La situazione è stazionaria dal 1995 al 2006, con un incremento tra il 2005 e il 2006 solo dell’1,1%. Il cosiddetto livello di rimpiazzo generazionale, fissato ad una percentuale del 2,1 figli donna, è assai lontano: nel 2005 è stato dell’1,38 figli/donna nella UE a 27. Francia (1,94) e Irlanda (1,88) sono i due paesi con il migliore indice di natalità. Grecia (con l’1,28), Spagna (1,34), Italia (1,34) sono i paesi con indici di natalità definiti critici.
Nel corso dell’udienza ai partecipanti al Congresso promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (Comece) sui valori e le prospettive dell’Europa, il 24 marzo 2007 Benedetto XVI affermava: “Sotto il profilo demografico, si deve purtroppo constatare che l'Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia. Ciò, oltre a mettere a rischio la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e, soprattutto, favorire un pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro. Si potrebbe quasi pensare che il Continente europeo stia di fatto perdendo fiducia nel proprio avvenire”.
Francois Dumont, docente a La Sorbonne, ha parlato di “inverno demografico” per quanto riguarda l’Europa, intendendo quella situazione che non permette la sostituzione delle generazioni. Nei paesi maggiormente a rischio, Italia e Spagna, 100 donne di oggi, saranno sostituite domani solo da 70 donne, con un calo della natalità del 30%. Calo demografico e invecchiamento della popolazione hanno anche conseguenze di carattere economico, perché la ricchezza di un paese dipende anche dal suo numero di abitanti. Il Belgio, ad esempio, che presenta un forte calo della popolazione attiva, è un paese che crea sei volte meno ricchezza dell’Italia, perché ha sei volte meno popolazione. Alle conseguenze di carattere economico, si aggiungono quelle di carattere sociale, tra i giovani e la popolazione di età superiore ai 65 anni, che sarà sempre più numerosa e determinerà le politiche sociali.
In Europa si tende ad affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione, eludendo il fattore culturale, che costituisce il cuore del problema, che alimenta la paura di generare e la disaffezione alla famiglia. Sempre secondo Dumont, la causa primaria del declino demografico è la profonda trasformazione subita dalla famiglia a partire dalla fine degli anni Sessanta: “una trasformazione – egli afferma - che ha investito la donna e la durata dell'unione, la dimensione e la composizione dei nuclei, il ruolo dei genitori e il legame tra le generazioni. La tradizionale struttura fatta da un padre che lavora e provvede ai bisogni economici, una madre educatrice ed una prole numerosa, è quasi del tutto scomparsa in Europa, per fare posto a forme cosiddette moderne, che hanno origine nell'Europa del Nord, basate sul ‘rispetto’ per le scelte individuali dell'altro, sull'uguaglianza dei ruoli tra uomo e donna, sul sentimento come base della formazione delle coppie e del rapporto tra genitori e figli; è una trasformazione sostenuta ed accompagnata dalla rivoluzione femminista. Il risultato è stato avere famiglie forse più ‘vivaci’, ma molto più fragili e instabili, incapaci di reggersi senza specifiche politiche di sostegno; [...] quando questo sostegno risulta insufficiente, la natalità si abbassa ulteriormente. [...] Oggi abbiamo una situazione in cui i matrimoni diminuiscono e allo stesso tempo sono più fragili, le unioni di fatto sono in aumento, ma sono ancor meno stabili, e la decisione di avere figli è ritardata fino oltre i 30 anni. Tutto questo non favorisce certo le nascite!”.
A parere dello storico francese, quel che accade in Europa oggi non è diverso da quanto accaduto in altre epoche storiche rispetto ad altre civiltà che si sono estinte. L’estinzione ha rispettato sempre uno schema: denatalità, invecchiamento, declino e infine decadenza. La novità di quel che accade è l’intensità e la durata del fenomeno della caduta della fertilità, che prima ha riguardato l’Europa del nord, poi si è estesa al Mediterraneo, cambiando l’intera struttura del consumo, avendo ripercussioni sul sistema economico, non incoraggiando la ricerca e gli investimenti in prodotti nuovi. Per queste ragioni, occorre ritrovare un dinamismo demografico in grado di abbassare l’età media della popolazione. E in questa prospettiva sono allora importanti misure che aiutino la famiglia e i giovani. Molti paesi europei, sempre secondo lo storico francese, tendono a confondere politica sociale e politica familiare. La prima è una politica di solidarietà momentanea per aiutare un soggetto a vedere soddisfatto un suo bisogno. La politica familiare è invece una politica di solidarietà fra le generazioni, un’affermazione di durata in una società dominata dal consumo immediato. “Considerare la famiglia un semplice oggetto di una politica sociale – sostiene Dumont - significa fare della famiglia un oggetto di pietà e trasmettere un’immagine molto triste. La politica familiare invece deve permettere alla famiglia di assumersi liberamente le proprie responsabilità. E ogni potere pubblico che influenzi la vita delle famiglie deve tendere a questo, dalla pubblicità al mondo del lavoro."
L’aborto
Ogni 25 secondi si consuma un aborto nell’Europa a 27 paesi, dove ogni giorno vengono chiuse tre scuole per mancanza di bambini. Nel 2004, la cifra di aborti è stata di 1.235.517, pari a una media di 3,385 al giorno. Sono state abortite il 19,4 % delle gravidanze, un nascituro su cinque.
La Spagna è il paese nel quale è aumentato di più il numero di aborti negli ultimi dieci anni, con un incremento del 75%, seguita dal Belgio, con il 50% e dall’Olanda, con il 45%.
L’aborto è la prima causa di mortalità in Europa ed ha fatto più vittime delle malattie di cuore, delle malattie cardiovascolari, degli incidenti stradali, droga, alcool, suicidi. Il numero degli aborti è anche superiore del numero dei decessi per malattia. Con la decisione del Portogallo dell’aprile 2007, di rendere possibile l’aborto entro la decima settimana di gravidanza, sono solo tre i paesi europei dove l’aborto è tuttora illegale: Irlanda, Malta e Polonia.
Sono le istituzioni europee a promuovere e favorire l’aborto, che è considerato un “diritto europeo”. E’ stata una risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel 2002 sui “diritti sessuali e riproduttivi” a sancire che “l'interruzione di gravidanza deve essere legale, sicura e accessibile a tutti”, chiedendo ai governi di “astenersi in qualunque caso dal perseguire le donne che si sono sottoposte ad aborto illegale”, sollecitando la distribuzione di contraccettivi e servizi per la salute sessuale “a titolo gratuito o a un costo molto basso per i gruppi meno abbienti”, pronunciandosi per un accesso ai metodi contraccettivi d'emergenza come la pillola del giorno dopo “a prezzi accessibili”, garantendo educazione sessuale e disponibilità di contraccettivi anche ai bambini, senza il consenso dei genitori.
L’età della maternità
L’età media della maternità in Europa è ritardata quasi fino ai 30 anni. Le donne spagnole sono quelle che hanno figli più tardi (30,84 anni), seguite da quelle dell’Irlanda (30,6), dell’Olanda (30,4) e della Danimarca (30,1). In tutti i paesi dell’Europa occidentale, tranne che in Grecia, in Norvegia e in Italia - dove si è in attesa dell’introduzione sul mercato - è commercializzata la pillola RU486, che è divenuta il più formidabile sistema di controllo delle nascite.
Le spese sociali
Del 27% del Pil che in media l’Europa destina alle spese sociali, solo il 2,1% è a favore delle politiche familiari, che non vengono considerate una priorità. L’Europa destina meno di un euro alla famiglia rispetto ai 13 euro destinati alle spese sociali. Mentre, Lussemburgo, Danimarca, Svezia e Irlanda, destinano in media alle politiche familiari 1.400 euro persona/anno (tre volte più della media europea), Polonia, Lituania, Lettonia, Malta e Spagna ne destinano 82 euro. Quasi la metà dei paesi non ha aumentato gli aiuti per il 1° o il 2° figlio nel 2006 rispetto all’inflazione e questo fatto provoca discriminazioni tra i paesi.
Spagna, Italia, Portogallo e Grecia sono i paesi che aiutano meno la famiglia, il che significa anche far aumentare il rischio di povertà dei minori, “perché l’impatto degli aiuti alle famiglie – scrive il rapporto dell’IPF – non serve solo a consentire loro di esercitare il diritto ad avere i figli che desiderano, ma influisce in maniera decisiva sulla situazione dei minori”. Esiste un rapporto molto stretto tra insufficienza delle spese sociali a favore della famiglia e gli indici demografici. Tutti gli studi dimostrano che i paesi europei, come Italia e Spagna, che riservano alle politiche familiari le risorse minori, sono anche quelli con i più bassi indici di natalità.
Dopo la mobilitazione del Forum delle Associazioni Familiari, che nel maggio 2007, portò all’organizzazione del “Family Day” – milioni di persone parteciparono a Roma con lo slogan “Più Famiglia: ciò che è bene per la famiglia è bene per il paese” – nel febbraio di quest’anno, le cinquanta organizzazioni aderenti al Forum, hanno organizzato una seconda manifestazione nazionale sui temi relativi ad un fisco giusto per le famiglie e sulle politiche regionali per la famiglia.
Per i promotori della manifestazione, va introdotto un sistema fiscale basato non solo sull’equità verticale (chi più ha più paga), ma anche sull'equità orizzontale per cui, a parità di reddito, chi ha figli da mantenere non deve pagare, le stesse tasse di chi non ne ha. Il reddito imponibile deve dunque essere calcolato non solo in base al reddito percepito, ma anche in base al numero dei componenti della famiglia. E’ stato chiesto, attraverso la manifestazione, un sistema di deduzioni dal reddito pari al reale costo di mantenimento di ogni soggetto a carico, sulla base delle scale di equivalenza, indipendenti dal reddito.
Questo sistema mantiene intatta la progressività del prelievo, può sostituire migliorandolo l’attuale complicato sistema di detrazioni. Il problema di coloro che non godrebbero delle deduzioni, a causa di redditi troppo bassi, i cosiddetti incapienti, si può facilmente risolvere introducendo l’imposta negativa, un’integrazione al reddito pari alla deduzione non goduta. ”In questo modo – hanno sostenuto gli organizzatori della manifestazione - nell’ambito di una futura, complessiva riforma del sistema fiscale, sarà possibile prevedere anche l’introduzione di strumenti, quale il quoziente familiare, che abbiano alla base, come soggetto imponibile, non più l’individuo ma il nucleo familiare”.
La povertà delle famiglie
L’Istituto di Studi e Analisi Economiche (ISAE) ha diffuso, nel luglio 2007, uno studio relativo alla povertà soggettiva in Europa. Con la povertà soggettiva viene rilevata la percezione degli individui circa l’adeguatezza del proprio reddito familiare per condurre una vita considerata dignitosa, cioè “senza lussi ma senza privarsi del necessario”: influiscono quindi nella valutazione una varietà di fattori, non tutti quantificabili direttamente, di tipo culturale, sociale,psicologico, quali lo stile di vita e le abitudini di consumo, la percezione del costo della vita, le aspettative.
Le indagini dell’Eurostat European Community Household Panel (ECHP) - fino al 2001 - e European Community Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC) - a partire dal 2004 - consentono di analizzare la povertà nell’Unione Europea anche attraverso le percezioni soggettive del disagio. L’Indagine EU-SILC è stata effettuata dall’Eurostat su un campione di circa 113.000 unità familiari per
13 paesi dell’Unione e, così come ECHP, contiene un set di informazioni che consentono di confrontare la percezione soggettiva del disagio nelle società avanzate. Nell’analisi fatta dall’ISAE le informazioni fanno riferimento al momento dell’Indagine, che si è svolta nel 2004, mentre i redditi si riferiscono al 2003. La domanda posta alla persona di riferimento per misurare la povertà soggettiva è: “Secondo la sua opinione, qual è il reddito mensile minimo che la sua famiglia dovrebbe percepire per arrivare alla fine del mese?”. I nuclei familiari che dichiarano un reddito necessario superiore a quello effettivo, segnalano una percezione soggettiva di inadeguatezza rispetto allo standard desiderato.
L’incidenza della povertà soggettiva è generalmente maggiore nei paesi mediterranei, minore in quelli nordici. La percentuale di famiglie che percepiscono uno stato di disagio è molto elevata in Grecia (76%), in Italia (63%) ed in Spagna (60%), mentre il Portogallo mostra un’incidenza inferiore (47,5%), ma comunque elevata se confrontata con quella registrata in Svezia, Danimarca e Finlandia, dove la quota di famiglie soggettivamente povere si attesta tra l’11 ed il 16%, o in Norvegia e Lussemburgo, dove è ancora più bassa. L’incidenza della povertà soggettiva è coerente con la distribuzione del reddito: nei quintili più bassi si concentra la quota più elevata di famiglie disagiate. Quest’andamento si ripropone in tutti i paesi considerati, anche se si evidenziano notevoli differenze nell’incidenza della povertà per quintili. Se si guarda alle fasce di reddito più povere (primo quintile), si passa, infatti, da un minimo del 27% in Danimarca ad un massimo del 99% in Italia. In alcuni paesi, soprattutto nell’area mediterranea, l’incidenza della povertà soggettiva è elevata anche nell’ultimo quintile (intorno al 20%).
Alcune caratteristiche della famiglia (dimensione e tipologia familiare, intensità di lavoro, possesso dell’abitazione) influiscono in misura rilevante sulla percezione del disagio. Si osserva, ad esempio, che nella totalità dei paesi l’incidenza maggiore di famiglie soggettivamente povere si registra fra quelle con un solo componente, con l’eccezione del Belgio, in cui si registra fra quelle più numerose (5 o più componenti). Quasi ovunque seguono le famiglie composte da coppie e, in alcuni casi (Finlandia e Svezia), da quattro componenti (in Italia invece le più numerose).
In quasi tutti i paesi la probabilità di dichiarare uno scarto negativo tra il reddito effettivo e quello necessario risulta più elevata tra le famiglie costituite da un solo genitore con uno o più figli a carico (dall’85,5% in Italia al 38,6% in Danimarca); in Austria e Finlandia le famiglie monocomponenti riscontrano l’incidenza maggiore (rispettivamente 31 e 22%). Fra le tipologie “deboli” si collocano anche quelle composte dalle famiglie numerose (coppia con 3 o più figli a carico), soprattutto in Belgio, dove questa è la tipologia con l’incidenza più elevata, e nei paesi dell’Europa meridionale, con un’incidenza intorno al 70%.
L’indagine dell’Eurostat consente anche di confrontare i profili di povertà a seconda dell’intensità dello stato lavorativo della famiglia, variabile che rappresenta una determinante importante del disagio. I dati evidenziano che in tutti i paesi, ad eccezione della Danimarca, la quota di famiglie che si dichiarano povere è più elevata fra quelle con figli a carico e con un indice di intensità del lavoro pari a zero. Tale situazione evidenzia una condizione di particolare disagio sia per la presenza di un carico familiare, sia per la mancanza di componenti che svolgano un’attività lavorativa. La povertà soggettiva è più diffusa quando l’intensità lavorativa è nulla anche nelle famiglie senza figli a carico in Svezia, Francia, Spagna, Austria e Finlandia, o quando è bassa ma non nulla (tra 0 e 0.5) in Belgio, Irlanda, Italia e Portogallo. Nei paesi dell’area meridionale, inoltre, l’incidenza è elevata anche fra le famiglie ad alta intensità di lavoro (pari ad 1), soprattutto fra quelle con figli a carico.
Un altro aspetto che influisce sulla percezione soggettiva del disagio riguarda l’abitazione e, in particolare, il titolo di godimento dell’alloggio di residenza. L’incidenza maggiore si registra per chi paga gli affitti, soprattutto quelli a prezzo di mercato, in particolare in Italia, Spagna e Portogallo (intorno al 70%) ed in Belgio ed Austria, e per chi dichiara la proprietà in Grecia (77%), mentre in Francia e Irlanda il problema colpisce principalmente le famiglie che hanno il godimento dell’abitazione a titolo gratuito; in quest’ultimo caso si potrebbe trattare di nuclei in condizioni di particolare indigenza, che proprio in ragione di ciò usufruiscono di un alloggio assegnato dallo Stato.
Con l’indagine EU-SILC vengono raccolte anche alcune informazioni finalizzate ad esaminare taluni aspetti della multidimensionalità del disagio. In particolare, si chiede agli intervistati di indicare il grado di difficoltà affrontato nel sostenere un insieme di spese relative alla casa (riscaldamento, bollette, affitto e mutuo), alla persona (vacanze, alimentazione), a spese impreviste e agli oneri finanziari (per l’abitazione e per l’insieme degli altri debiti). Inoltre, vengono prese in considerazione le condizioni dell’abitazione di residenza (luminosità, mancanza di servizi igienici all’interno dell’abitazione, presenza di umidità e danneggiamenti), che al Consiglio Europeo di Laeken (dicembre 2001) sono state riconosciute come una dimensione importante della povertà e dell’esclusione sociale.
Infine, si è tenuto conto del possesso di alcuni beni durevoli (telefono, tv, computer, lavastoviglie, automobile). In particolare, l’indagine permette di distinguere la mancanza di un bene dovuta ad una scelta da quella conseguente all’incapacità di affrontarne il costo. Quest’ultimo caso è stato considerato quello indicativo di una inadeguatezza rispetto allo standard di vita del paese. Per ciascuna di queste voci, nell’indagine dell’Isae viene calcolato un indicatore di disagio, dato dal rapporto tra la quota di coloro che dichiarano di avere incontrato difficoltà tra le famiglie povere e la stessa quota sul totale delle famiglie. Gli indicatori consentono di individuare i consumi per i quali i nuclei poveri sperimentano una maggiore inadeguatezza rispetto agli altri. Se l’indicatore è pari ad uno, il grado di difficoltà delle famiglie povere è identico a quello dell’intera popolazione; più alto è tale valore, maggiore è il disagio relativo delle prime. Generalmente, le difficoltà nel sostenere le spese essenziali dovrebbero essere maggiori per le famiglie che ritengono le proprie risorse insufficienti. Tuttavia, poiché la percezione della povertà soggettiva incorpora le aspettative personali sullo standard di vita, è possibile che la dichiarazione di inadeguatezza faccia riferimento anche a consumi non di sussistenza.
In particolare, se si considerano le spese che possono essere ritenute essenziali (affitto/mutuo, alimentari, bollette, riscaldamento), l’indicatore del disagio risulta particolarmente elevato per quasi tutte le voci nei paesi nordici, con alcuni picchi, che riguardano in particolare l’alimentazione in Danimarca, l’affitto o il mutuo e le bollette, rispettivamente, in Finlandia e in Svezia.
Livelli simili si notano in altri paesi: in Irlanda i poveri soggettivi riscontrano le difficoltà maggiori nelle spese essenziali relative alla persona (alimentazione), in Belgio ed in Austria si preoccupano soprattutto per la gestione ordinaria della casa (bollette). Nei paesi meridionali, invece, dove la povertà soggettiva è più diffusa, gli indicatori non sono molto lontani dall’unità: evidentemente, il reddito considerato necessario assume qui un significato diverso e più ampio, meno legato ad elementi evidenti di difficoltà nell’affrontare i consumi essenziali. La Francia si trova in una posizione intermedia (ma, similmente all’area mediterranea, gli indicatori relativi alle diverse voci non presentano differenze di rilievo).
Per le spese classificate come meno essenziali (vacanze, spese inattese e altre forme di indebitamento), va notato che gli indicatori mostrano comunque valori elevati, ma con livelli massimi inferiori a quelli dell’altro gruppo. Anche in questo caso nell’Europa meridionale gli indicatori restano generalmente più bassi, rispetto agli altri paesi, e vicini all’unità. Nella maggior parte dei paesi, le famiglie soggettivamente povere incontrano maggiori difficoltà soprattutto nel sostenere le spese impreviste; in Svezia, Finlandia e Francia, invece, nell’affrontare quelle per le vacanze. Per quanto riguarda le difficoltà relative alla gravosità dell’indebitamento si osserva che il problema relativamente più sentito dai poveri soggettivi è quello dei costi legati all’abitazione in Svezia, Danimarca, Grecia e Spagna, mentre nei restanti paesi prevale l’onere finanziario relativo alle altre forme di indebitamento.
Infine, vengono analizzate le valutazioni degli individui rispetto alle condizioni dell’abitazione e le dichiarazioni sul possesso di beni durevoli, entrambi fattori che contribuiscono a definire la multidimensionalità del disagio. Il grado di difficoltà relativa, rispetto alle condizioni dell’abitazione, è piuttosto simile fra i paesi: in molti casi è la mancanza dei servizi igienici che colpisce particolarmente i soggettivamente poveri; in particolare, la Finlandia registra indicatori molto elevati rispetto alla presenza di un bagno all’interno dell’abitazione, seguita da Austria, Spagna, Italia e Belgio.
L’Indagine contiene ancora delle domande che consentono di valutare la privazione rispetto ad un insieme di beni durevoli, il cui possesso è ritenuto piuttosto diffuso nei paesi considerati. Gli indicatori di disagio relativo mostrano alcune differenze. In particolare, si osservano gli indicatori più elevati con riferimento al possesso della lavatrice in Norvegia e Finlandia, all’automobile in Svezia, al telefono in Austria, Irlanda e Belgio), al televisore a colori in Francia, Italia, Portogallo e Spagna.
La povertà dei bambini
Sono 97,5 milioni i bambini dell’Unione europea tra 0 e 17 anni, e di questi, 19 milioni sono a rischio povertà. La media europea di povertà infantile è di circa il 19%. E’ quanto emerge dal rapporto della Commissione europea sulla “Protezione Sociale”. Ogni quattro bambini, in Italia, ce n’è uno che rischia di vivere sotto la soglia di povertà. La situazione dell’Italia è analoga a quella dei nuovi stati membri, come Lituania, Ungheria, Romania, Lettonia e Polonia. In Germania, la percentuale di povertà dei bambini è del 12%, in Francia del 13%, in Olanda del 14%, in Danimarca del 10%, in Spagna e nel Regno Unito è del 24%. Nel 10% dei casi, un bambino è povero perché i suoi genitori e i suoi parenti sono disoccupati; nel 13% dei casi perché il lavoro non consente un guadagno sufficiente. “Gli adulti – dice la Commissione – sono spesso meno poveri dei bambini, perché il sistema di aiuti nella maggior parte degli Stati membri non compensa l’arrivo di un bambino”. In Finlandia, ad esempio i sussidi risolvono il 70% dei casi, in Italia il 22%, contro una media europea del 42%. I paesi che hanno un tasso alto di povertà dei bambini, secondo il rapporto “avrebbero bisogno di adottare strategie complessive per sostenere i redditi delle famiglie e per facilitare l’accesso a lavori di qualità, soprattutto per il secondo percettore di stipendio”.
La violenza domestica
A livello mondiale, la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Uccide più il marito o il fidanzato o l’amante, a volte anche i figli, più del cancro, degli incidenti stradali e delle guerre. In Europa, i delitti nei confronti delle donne all’interno della famiglia riguardano 5,84 donne su un milione, secondo i dati di una recente ricerca spagnola.
In Portogallo, le donne che dichiarano di aver subìto violenze da parte del marito, amante o convivente sono il 52,8%. In Germania, ogni anno si denunciano quasi trecento casi di donne assassinate dai loro conviventi: tre vittime ogni quattro giorni. Nel Regno unito il conto è di una ogni tre giorni; in Spagna una ogni quattro giorni, cioè quasi cento all'anno. In Francia, ogni mese sei donne - una ogni cinque giorni - muoiono per le violenze di un uomo tra le mura domestiche: un terzo accoltellate, un altro terzo uccise con armi da fuoco e le altre strangolate (20%) o pestate a morte (10%). In Francia, gli aggressori sono in maggioranza uomini che detengono un certo potere grazie alla loro funzione professionale.Tra questi si nota una proporzione molto elevata di dirigenti (67%), di professionisti in ambito sanitario (25%) e di ufficiali della polizia o dell'esercito (Rapporto Henrion, ministero della salute, Parigi, febbraio 2001).
Complessivamente, nei quindici stati dell'Unione europea (prima dell'allargamento a 25) ogni anno quasi 600 donne (poco meno di 2 al giorno) hanno perso la vita in famiglia. In un rapporto del Consiglio d'Europa, si legge: “si direbbe persino che l'incidenza della violenza domestica aumenti in proporzione diretta al reddito e al livello d'istruzione”. E si sottolinea che in Olanda “quasi metà degli autori di atti di violenza contro le donne hanno un titolo di studio di livello universitario” (Olga Keltosova, Rapporto all’Assemblea del Consiglio d’Europa, settembre 2002). La Romania è il paese dove la violenza domestica è più grave, con 12,62 casi di omicidi di questo tipo all'anno per ogni milione di cittadine di sesso femminile. Ogni anno 8,65 donne per ogni milione di cittadine finlandesi sono assassinate nel chiuso delle mura domestiche. Nell'ordine seguono la Norvegia (6,58), il Lussemburgo (5,56), la Danimarca (5,42) e la Svezia (4,59).
La distruzione dell’istituto matrimoniale
In 25 anni (1980-2005), il numero di matrimoni in Europa è diminuito di 692.000, con una perdita del 22,3%, con una caduta del tasso di nuzialità, che è passato dal 6,75 nel 1980 a 4,88 nel 2005, nonostante la popolazione sia aumentata di più di 33 milioni di persone. Su ogni due matrimoni che si celebrano in Europa, se ne rompe uno.
L’età dei matrimoni è sempre più avanzata: gli uomini superano i 30 anni e le donne i 28 anni. Ogni anno, quasi due milioni di bambini nascono fuori del matrimonio, 1.893.000 nel 2005. In alcuni paesi, questo riguarda la metà dei bambini: Svezia (55,4%), Bulgaria (49,04%), Danimarca (45,4%), Francia (45,2%), Regno Unito (42,3%). In alcuni casi, queste percentuali si sono aggravate negli ultimi anni. I dati dell’Ufficio nazionale di statistica, indicano che nel 2007 in Francia la percentuale dei bambini nati fuori del matrimonio è stata del 50,5%.
Nell’UE a 27, si rompe un matrimonio ogni 30 secondi e si supera il milione di divorzi. Le rotture matrimoniali sono aumentate di 369.365 dal 1980 al 2005, con un incremento del 55%. La Spagna, con una crescita del 183%, è il paese nel quale si è registrato un maggiore aumento delle rotture matrimoniali dal 1995 al 2005, seguita dal Portogallo (89%) e dall’Italia (62%). I bambini interessati dai divorzi sono 21 milioni. La Spagna, negli anni 1990-2001, ha registrato il maggior numero di divorzi: 326%. La percentuale è stata del 226% negli anni 2001-2006.
Il Documento “Nuove strategie dell’Unione Europea per il sostegno della Coppia e del Matrimonio”, approvato dall’Assemblea dei Vescovi dell’Unione europea nel novembre 2007, mette bene in evidenza come le crisi familiari generino povertà per i bambini costretti a vivere in famiglie monoparentali, per donne cui per l’85% fa capo una famiglia monoparentale ed anche per gli anziani e i disabili che hanno minori possibilità di assistenza e per i quali aumenta la dipendenza dai meccanismi della protezione sociale. “Per questo”, afferma il Documento, “l’alto tasso di divorzi nella Unione Europea dovrebbe preoccupare seriamente i politici”.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU (10 dicembre 1948), dice: “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato” (art. 16 comma 3). Ciò nonostante, è un dato oggettivo che le politiche europee degli Stati dell’Unione europea vanno in senso diametralmente opposto a quest’indicazione, che rimane del tutto disattesa. Non si parla più di diritti e responsabilità della famiglia in quanto tale, ma di diritti e responsabilità degli individui nella famiglia e di conseguenza il diritto positivo abbandona la nozione di “responsabilità della famiglia”, facendo così venir meno il riconoscimento del suo ruolo sociale. In secondo luogo, la famiglia viene equiparata ad una qualunque delle scelte delle relazioni intersociali, che sono considerate in riferimento ai ai gusti, alle opzioni e ai liberi arrangiamenti privati. Il concetto di famiglia, infine, diventa per così dire indeterminato. Sia nelle deliberazioni comunitarie, sia nelle legislazioni nazionali, vengono concessi ampi riconoscimenti e benefici a forme di convivenza quotidiana espressione di forme di vita in comune che costituiscono un’obiettiva alternativa alla famiglia. Le istituzioni e le legislazioni europee la considerano la famiglia, ma come un retaggio storico, non come un’istituzione che possa appartenere al futuro. Si tende, quindi, a restringere le forme di tutela e di promozione sociale stabili basate sul matrimonio eterosessuale, a favore di una crescente e dilagante tutela verso altri tipi di convivenza.
Nel 2003, il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri di riconoscere pari diritti alle coppie dello stesso sesso e al contempo la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Nizza 2001), ha vietato qualunque discriminazione di tipo sessuale riconoscendo a tutti il diritto di sposarsi e di costituire famiglia (art.9: ”il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio”).
Dall’art.12 della Carta europea dei diritti dell’uomo, che proteggeva il matrimonio e la famiglia, intendendo per questa l’unione di persone di sesso opposto, si è passati ad una norma che, nel garantire il diritto a sposarsi e costituire famiglia, intende per questa la semplice unione di due soggetti con lo scopo di condividere la loro vita familiare ed affettiva; l’articolo, infatti, rinvia alle sole legislazioni nazionali, eliminando qualsiasi riferimento alla necessità di diversità di sesso tra i due soggetti. La norma della Carta di Nizza, accanto al diritto di sposarsi, prevede, accanto al diritto di sposarsi, il diritto a costituire una famiglia e questo lascia intendere che l’Unione europea favorisce anche forme di unioni ulteriori rispetto al matrimonio. Non esiste solo un diritto a contrarre il matrimonio, ma anche quello di formare una famiglia, senza ricorrere ai vincoli matrimoniali.
Molti Stati europei, accanto al matrimonio tradizionale, prevedono forme istituzionalizzate di riconoscimento di legami tra persone dello stesso sesso, con effetti sostanzialmente para-matrimoniali. Pur nella diversità di discipline giuridiche, unioni registrate, con natura pubblicistica, sono state introdotte in Danimarca nel 1989, e poi in Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Regno Unito. La Francia ha scelto con i Pacs la forma contrattuale del vincolo, mentre il Portogallo con la legge del 2001 ha optato per un sistema presuntivo, nel quale i conviventi si vedono riconosciuti determinati diritti indipendentemente dalla sottoscrizione di un atto formale. Altri Stati (Belgio, Olanda, Spagna), hanno aperto il matrimonio anche agli omosessuali. In buona sostanza, nell'Europa occidentale, soltanto in Austria, Grecia, Irlanda e Italia, manca una legislazione sulle unioni civili, anche per persone dello stesso sesso. In alcune situazioni, accede ad esempio con la legislazione francese, i cosiddetti Pacs, i patti relativi alle unioni civili, si sottoscrivono, per una ragione di convenienza fiscale: in quel paese, non essere una famiglia, ma una coppia convivente, permette di non cumulare redditi e quindi di pagare meno tasse. Questa convenienza è maggiore per chi percepisce redditi alti, per i ricchi.
L’adozione di minori anche per i single
Tutto lascia pensare che nel prossimo mese di maggio, il Consiglio d’Europa approverà il nuovo testo della Convenzione europea sull’adozione di minori. Se questo avverrà, i single potranno avere il diritto di adottare un bambino e tutti gli Stati europei dovranno modificare le loro leggi nazionali per adattarle a questo principio. Maud de Boer-Buquicchio, vice-segretario generale del Consiglio d’Europa ha affermato che “quello dei single è un diritto pieno e gli Stati saranno obbligati a modificare le loro leggi”.
A discrezione degli Stati, vi sarà la decisione di far accedere a questo “diritto pieno” anche le coppie di fatto e quelle dello stesso sesso, che siano registrate o semplicemente conviventi. D’altra parte, negli scorsi mesi, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha considerato come una “forma di discriminazione su base sessuale”, il divieto da parte dell’autorità francese di consentire ad una omosessuale dichiarata e militante di adottare un bambino. Il rifiuto delle autorità francesi era stato motivato dall’assenza di una figura paterna nella famiglia in cui il bambino si sarebbe trovato a vivere. I giudici europei hanno notato che il diritto francese autorizza l’adozione da parte di un single, anche se a condizioni ben precise e il divieto è stato giudicato discriminatorio nei confronti dell’orientamento sessuale di ciascuno. basato su considerazioni riguardanti la vita sessuale di ciascuno.
La famiglia cristiana
Più di due milioni di persone si sono riunite nel gennaio 2008, nella Plaza Colón di Madrid, per esprimersi a favore della “famiglia cristiana”, in un atto organizzato dall’arcidiocesi della capitale spagnola con l’appoggio di movimenti ecclesiali e organizzazioni di sostegno alla famiglia e alla vita. Benedetto XVI, prima di recitare l’Angelus da Piazza San Pietro domenica 6 gennaio, ha rivolto spagnolo un saluto ai manifestanti, incoraggiandoli a “testimoniare davanti al mondo la bellezza dell’amore umano, del matrimonio e della famiglia, fondata sull’unione indissolubile tra un uomo e una donna, rappresenta l’ambito privilegiato in cui la vita umana viene accolta e protetta, dall’inizio fino al termine naturale”.
All'evento di Madrid ha partecipato la maggior parte dei Cardinali e dei Vescovi spagnoli, i dirigenti dei movimenti e altre organizzazioni laiche, come il Forum della Famiglia. Il Cardinale Antonio María Ruoco ha pronunciato un’omelia in cui ha affermato che la famiglia “si presenta come il problema obiettivamente più grave e inquietante di fronte al quale si trovano le società europee”. L’Arcivescovo di Madrid ha constatato che “si relativizza radicalmente l’idea del matrimonio e della famiglia”, fomentando “fin dalla più tenera età pratiche e stili di vita” che sono «opposti al valore dell'amore indissolubile tra un uomo e una donna”, aggiungendo che in Spagna “l’ordinamento giuridico ha fatto marcia indietro rispetto alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite”, che riconosce e stabilisce “che la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto di essere protetta dalla società e dallo Stato”.
“Iniziative politiche” volte a prevenire i divorzi, a conciliare la vita professionale e familiare, a combattere la violenza domestica, a tutelare la scelta di accudire a tempo pieno i propri figli fino al terzo anno di età, a ridurre l’Iva sui prodotti per la cura dei bambini. Sono alcune delle indicazioni contenute nella “Proposta per una strategia dell’Unione europea per il sostegno alle coppie e al matrimonio”, redatta dal segretariato della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) e presentata il 5 novembre 2007 a Bruxelles. Il documento, si legge nell’introduzione, “non intende mettere in discussione l’attuale accordo nell’Ue sulle competenze degli Stati membri in materia di diritto di famiglia e politiche familiari”. Al contrario intende promuovere un dibattito su quanto le istituzioni comunitarie “possono fare nell’ambito delle proprie competenze”.
“L’azione dell’Ue in materia di diritto di famiglia – precisa il testo - consiste principalmente nello scambio di buone pratiche e nella promozione di nuovi approcci. Essa può dare forma alle azioni degli Stati membri e introdurre soglie minime di protezione sociale”. L’implosione demografica e la crisi della famiglia – afferma ancora la Comece - presentano seri rischi e alti costi emotivi, sociali e finanziari per la società europea”; è pertanto “nell’interesse generale dell’Europa sostenere e rafforzare quella relazione stabile tra un uomo e una donna di cui il matrimonio è l’espressione ideale”. “Aiutare le coppie sposate nella loro vita di relazione” e “sostenere i genitori nei loro compiti educativi” sono gli obiettivi indicati dal documento come auspicabile “impegno comune” dei Paesi Ue. Dal 1980 al 2005, rileva il testo, in Europa “il numero dei divorzi è aumentato di oltre il 50%, e più di 13,5 milioni di divorzi hanno coinvolto negli ultimi 15 anni oltre 21 milioni di bambini”. Di qui l’importanza di una buona “formazione per i fidanzati e di programmi di comunicazione tra i coniugi per migliorare il dialogo e la capacità di superare i momenti di crisi”. Per la Comece, inoltre, “la revisione della Strategia di Lisbona dovrebbe costituire un’ occasione per il rafforzamento della dimensione sociale della stessa attraverso l’introduzione di iniziative che riconcilino vita familiare e vita professionale”. Per combattere il rischio-povertà di molte coppie, soprattutto giovani, “le politiche regionali Ue” non dovrebbero escludere “l’utilizzo dei fondi europei per iniziative volte a migliorare le condizioni generali di alloggio per le coppie a basso reddito”, osserva la Comece.
Ma pure la violenza domestica è causa di destabilizzazione dei legami familiari: di qui la necessità di “individuare contromisure a livello europeo”, anche al fine di prevenire “la delinquenza giovanile”, spesso conseguenza di “modelli di comportamento familiari”. Il testo si sofferma inoltre sull’importanza di “sostenere le associazioni locali e le organizzazioni di volontariato impegnate nell’assistenza alle famiglie”, e invita ad “includere nel dibattito europeo sulla mobilità dei lavoratori i problemi posti alle famiglie dal pendolarismo”. “Nel processo di revisione della Strategia di Lisbona occorrerebbe dare all’opinione pubblica il segnale forte che rimanere a casa occupandosi dei propri figli piccoli (almeno fino al terzo anno di età) è un auspicabile contributo al benessere di tutti i cittadini Ue”: di qui, per la Comece, l’importanza di eliminare le discriminazioni “in materia di trattamento fiscale o diritti pensionistici” nei confronti di chi opera “questa scelta”. “L’Ue è competente nell’ambito della tassazione indiretta” annota ancora la Comece, che propone una riduzione delle aliquote Iva per i “prodotti essenziali per la cura e la crescita dei bambini”.
Per scongiurare i rischi cui essi sono esposti, occorre “bandire in modo efficace i videogiochi più brutali” attraverso “specifici strumenti legislativi” e “aiutare i genitori a controllare l’uso, da parte dei figli, di telefoni cellulari e Internet”. Ma il benessere dei piccoli è legato anche all’alimentazione: “nell’Ue un bambino su quattro è in sovrappeso” afferma il testo, sottolineando la “centralità del ruolo dei genitori nella strutturazione dei comportamenti alimentari dei figli”. Ruolo essenziale anche “nella prevenzione dell’abuso di alcol e droghe da parte degli adolescenti”. La Comece invita inoltre la Commissione europea a prevedere un maggiore “sostegno alle persone con figli affetti da patologie mentali (2 milioni in Europa)” o disabilità, ed auspica, infine, agevolazioni per i ricongiungimenti delle famiglie immigrate,“da considerarsi una sfida chiave per l’integrazione”.
“I Vescovi europei – ha affermato a Rimini il 16 febbraio 2008, Sua Ecc. Mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nel suo intervento “Famiglia e bene comune” - non hanno però chiesto le tradizionali - e generiche - politiche per la famiglia, ma hanno chiesto una politica di promozione culturale della famiglia fondata sul matrimonio e politiche di sostegno alla vita di coppia e all’allevamento dei figli, compresa una prevenzione delle crisi matrimoniali e una educazione ai giovani affinché ai loro occhi la famiglia e il matrimonio tornino ad essere attraenti. Mi sembra un significativo cambiamento di tendenza. Abbiamo bisogno sì di politiche per la casa o di un sistema fiscale che non faccia di un figlio un lusso, ma prima di tutto abbiamo bisogno di promuovere agli occhi delle giovani generazioni la verità della famiglia”.