I rischi dei figli in provetta

di Padre John Flynn, 

Zenit, martedì, 24 aprile 2007
Mentre si diffondono le tecniche di fecondazione in vitro, crescono anche le preoccupazioni inerenti alcuni aspetti pratici. Le autorità sanitarie britanniche hanno di recente avviato una consultazione pubblica sull’eventualità di porre dei limiti al numero degli embrioni impiantabili. 



Dalla provetta molti parti gemellari
Secondo le informazioni pubblicate sul sito Internet della Human Fertilization and Embryology Authority (HFEA), attualmente circa 1 gravidanza su 4, ottenuta grazie alla fecondazione in vitro (FIV), è una gravidanza gemellare. Si tratta di una percentuale che è di 10 volte superiore rispetto a quella relativa alle nascite gemellari naturali. 


La HFEA ha dichiarato la sua adesione alle argomentazioni contenute nel rapporto “One Child at a Time”, svolto da un gruppo indipendente di esperti, secondo cui, la nascita nell’ambito di un parto gemellare o plurigemellare costituisce il maggiore rischio conosciuto, inerente la salute e il benessere dei bambini concepiti in vitro. 

Il rapporto pubblicato lo scorso ottobre raccomanda che, nei pazienti che hanno le maggiori probabilità di concepimento, e quindi i più alti rischi di concepire gemelli, sia impiantato un solo embrione. 



Maggiori rischi per bambini e mamme
La HFEA ha appena pubblicato un documento intitolato “The Best Possible Start to Life”, con cui dà avvio alla consultazione pubblica delle autorità sanitarie britanniche. Il testo osserva che non sono solo i bambini a soffrire dell’eccessivo numero di gravidanze multiple. Anche le madri sono soggette a pericolose complicazioni nella loro gravidanza. 

Per quanto riguarda i bambini, il documento afferma che sebbene molte nascite avvengano senza problemi, un’alta percentuale di gemelli risultano essere molto vulnerabili nei loro primi stadi di vita, perché nascono prematuri e di dimensioni troppo piccole. 


Secondo un recente studio citato dalla HFEA, nel solo anno 2003, nel Regno Unito, si sarebbero potute evitare ben 126 morti infantili, se tutti i bambini concepiti in vitro fossero nati da parti non gemellari. 



Problemi anche per il settore sanitario
Il maggiore tasso di nascite multiple aggrava anche il sistema sanitario. Tra i 40 e i 60 bambini su 100, nati gemelli grazie a fecondazione in vitro, vengono trasferiti alla nascita nelle unità di terapia intensiva neonatale. Mentre per i bambini nati da parti singoli, ciò avviene solo in circa il 20% dei casi. 

La consultazione della HFEA è ora aperta ai contributi da parte del pubblico. Quindi, nel 2008, dopo un periodo di studio, potrebbero essere proposte nuove direttive da applicare alle cliniche. 


Quasi tutti gli impianti di embrioni sono multipli
Secondo il Boston Globe del 26 marzo, negli Stati Uniti sono emerse preoccupazioni per la questione delle nascite multiple derivanti da trattamenti FIV. Molti pazienti chiedono l’impianto di più embrioni, spinti dal desiderio di maggiore sicurezza di rimanere incinta. 

Secondo la dottoressa Elizabeth Ginsburg, direttore sanitario del centro FIV del Brigham and Women's Hospital, solo circa il 10% dei 1.800 trattamenti FIV forniti dalla clinica lo scorso anno hanno riguardato impianti di un singolo embrione. 

Si tratta di un dato più alto rispetto a quello di altre cliniche. L’articolo cita dati del 2005, tratti dalla Society for Assisted Reproductive Technology, secondo cui solo poco più del 2% dei trattamenti FIV forniti dalle cliniche ad essa associate riguardano impianti di embrioni singoli. 



Ovuli in vendita 


Vi sono poi questioni che vengono sollevate in relazione al pagamento degli ovuli. In passato le donazioni erano limitate alla fornitura di ovuli da essere utilizzati nei trattamenti di fecondazione in vitro. Tuttavia, con l’emergere della ricerca sulle cellule staminali di embrioni umani, la domanda di ovuli è in forte aumento. 


I farmaci utilizzati dalle cliniche per stimolare le ovaie hanno procurato gravi danni ad alcune donne, secondo quanto dichiarato da Deirdre McQuade, portavoce del Segretariato per le Attività pro vita della Conferenza episcopale USA. 


“L’agenda relativa alle cellule staminali embrionali costituisce una minaccia non solo per gli stessi embrioni umani, ma anche per le giovani donne”, ha affermato in un comunicato dell’8 marzo. McQuade ha anche sollevato la questione dei rischi connessi al pagamento degli ovuli, che potrebbe portare a fenomeni di sfruttamento delle donne povere o appartenenti a minoranze etniche. 



Il mercato della vita
La tentazione per le donne di donare i propri ovuli è forte. Il pagamento per la donazione di ovuli negli Stati Uniti parte da 5.000 dollari (3.700 euro), secondo l’Associated Press del 20 gennaio. L’articolo osserva poi che la contrattazione varia molto e che la questione sta provocando divisioni tra i ricercatori e le organizzazioni femminili. 


Intanto, le giovani donne sono sempre più bersagliate da annunci in cui si offrono pagamenti per la donazione di ovuli, secondo il Chicago Tribune del 4 marzo. 

Gli annunci vengono affissi sui mezzi di trasporto urbano, pubblicati nei giornali universitari e trasmessi alla radio. I prezzi aumentano notevolmente a seconda dei requisiti accademici o fisici richiesti alle donne per la donazione. In uno di questi annunci, citato dall’articolo, vengono offerti 100.000 dollari (73.600 euro) per ovuli di una donna con comprovate capacità atletiche ai tempi dell'Università. 



I rischi  per la salute delle donne 


I rischi connessi con la donazione di ovuli sono tuttavia molto concreti. Il quotidiano Telegraph di Londra ha riferito il 18 febbraio scorso che, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Thrombosis and Thrombolysis, alcuni ricercatori dell’Università di Padova hanno scoperto che tra tutte le donne sottoposte a trattamenti di fertilità, una su 10 è destinata a soffrire di forme leggere di reazioni avverse, mentre una su 100 risulta essere a rischio di disordini ematici tali da metterne a repentaglio la vita. 


Un altro giornale britannico, l’Independent, ha citato, il 2 marzo scorso, alcune ricerche legate ai rischi delle donne sottoposte a trattamenti FIV eccessivamente aggressivi. Dalla ricerca del Centro di medicina dell’Università di Utrecht, in Olanda, pubblicato su The Lancet, una rivista medica britannica, risulta che le elevate dosi farmacologiche utilizzate per stimolare le ovaie provocano dannosi effetti collaterali. Peraltro, se si combinassero trattamenti più lievi, con l’impianto di embrioni singoli, si otterrebbe anche una riduzione dei costi. 



I bambini concepiti in vitro più spesso degli altri presentano difetti dalla nascita
Altri rischi riguardano i bambini concepiti in vitro, i quali risultano avere maggiori tassi di difetti alla nascita, secondo quanto riportato dall’Associate Press il 9 febbraio. L’informazione deriva da uno studio di più di 61.000 nascite in Canada. 


I ricercatori hanno esaminato 61.208 nascite, avvenute in Ontario nel 2005, tra cui 1.394 risultanti da trattamenti di fertilità. Lo studio ha riguardato i diversi tassi di difetto alla nascita ed ha calcolato stime di rischio connesse con le differenze di età delle madri, le loro abitudini al fumo, il sesso dei bambini, le complicazioni del parto e altri fattori. 

Quasi il 3% dei bambini nati da trattamenti FIV sono risultati con difetti alla nascita, mentre il dato relativo ai bambini concepiti naturalmente è persino inferiore al 2%. Nell’insieme, il rischio di difetti è risultato più alto del 58%. 

Le probabilità di rischio sono risultate più alte, a seconda della complessità dei trattamenti somministrati. Il tasso di difetto è risultato più alto con la FIV e più basso con tecniche che si limitano ad un aiuto alla produzione ovarica.