Ricerca sulle staminali: adulte è meglio

di Stefano Grossi Gondi, 20 dicembre 2011

Da Mercatornet.com raccogliamo una notizia sorprendente, del tutto ignorata dai media nostrani: la ricerca sulle cellule staminali embrionali non sta dando grandi risultati per la cura di gravi malattie.

Lo si deduce da un paio di circostanze. Innanzitutto, la Geron Corporation, colosso californiano delle biotecnologie, ha abbandonato del tutto questo settore di attività (nel quale era leader) per dedicarsi esclusivamente alle ricerche sul cancro. Sul New York Times  i responsabili della Geron affermano di credere ancora in questo campo di ricerca; sembrano frasi di circostanza, dovute forse al fatto che la Geron si rende disponibile per passare (o meglio, vendere) il suo know-how ad altre aziende. I fatti fanno pensare piuttosto che le aspettative iniziali siano state disattese. Contemporaneamente, la rivista New Scientist ha affermato che i trattamenti basati sulle cellule staminali adulte stanno ottenendo risultati molto incoraggianti e al momento rappresentano la strada migliore per la cura di malattie gravi. Un’affermazione del genere soltanto cinque-sei anni fa sarebbe stata irrisa o censurata dalle riviste scientifiche mainstream. Era l’epoca nella quale i media incalzavano l’opinione pubblica per imporre l’idea che il futuro della cura di malattie come cancro, Aids, Alzheimer, Parkinson, sclerosi multipla dipendesse dall’utilizzo delle cellule staminali tratte da embrioni umani. Chi osava porre obiezioni – etiche o scientifiche – era tacciato di essere oscurantista e nemico del progresso.

Nel frattempo il progresso è andato avanti, anche grazie ai successi dello scienziato Yamanaka nella ricerca su staminali riprogrammate (ne parlammo qui, qui e anche qui). E i media continuano a pubblicare notizie di scoperte relative alle cellule staminali “etiche”: ad esempio Corriere Salute parla della possibilità di rigenerare i polmoni danneggiati; Repubblica di una ricerca dell’Università Sapienza sulla Sla; la Stampa  della riparazione di un fegato malato effettuata all’ospedale Molinette di Torino; il Sole 24 Ore della creazione in provetta di un occhio artificiale (utilizzando staminali di topo) e del primo trapianto di trachea generata.

 

Una sentenza della Corte di Giustizia europea

Spostandoci sul piano etico, arrivano sempre dall’estero notizie di una maggiore sensibilizzazione sul tema della tutela riservata agli embrioni in ambito industriale e scientifico, in virtù di una sentenza della Corte di Giustizia europea e di un documento di scienziati internazionali. Sono interessanti anche perché appaiono in un periodo di relativa quiete rispetto alle infuocate polemiche di qualche tempo fa, e forse l’atmosfera è più propizia per presentare alcuni dati di fatto e discuterne serenamente.

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha sancito recentemente il divieto di brevettare medicinali ricavati da cellule staminali con procedimenti che comportano la distruzione degli embrioni umani. La decisione giunge nell’ambito di una causa in cui Greenpeace aveva contestato la brevettabilità da parte di un ricercatore tedesco di un procedimento che utilizza cellule staminali umane e nel far ciò comporta la distruzione dell’embrione. La Corte federale tedesca si era rivolta alla Corte di Giustizia europea a seguito del ricorso presentato dal ricercatore contro una precedente sentenza che aveva dichiarato nullo il brevetto. 

La sentenza è giuridicamente vincolante in Germania, ma risulta di fatto un precedente fondamentale anche per le corti degli altri Stati membri dell'Unione Europea (incluso il nostro). (Per saperne di più).

 

San José Articles

Nel novembre scorso, un gruppo di accademici di fama internazionale ha presentato un documento chiamato “San José Articles” . Il documento riafferma laicamente e in ossequio ai dettati del diritto internazionale la dignità della persona umana sin dal concepimento. Così recita l’articolo 1: “È scientificamente dimostrato che la vita umana inizia al momento del concepimento”. E l’articolo 2 prosegue: “Ogni vita umana è un continuum che inizia con il concepimento e avanza per stadi fino alla morte. La scienza attribuisce nomi diversi a questi stadi, tra cui zigote, blastocisti, embrione, feto, neonato, bambino, adolescente e adulto. Ciò non muta il consenso scientifico sul fatto che in tutte le fasi dello sviluppo ogni individuo sia un membro vivente della specie umana”. In questo modo, la "Carta" demolisce ogni tentativo delle lobby filoabortiste di affermare un qualunque "diritto all’aborto", ancor più un "diritto umano all’aborto"». Tra i cattedratici firmatari del documento, Robert George, dell'Università di Princeton (USA), John Haldane, dell'Università di Saint Andrews (Scozia), e John Finnes, dell'Università di Oxford (Inghilterra). (testo dei San José Articles)

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