Le cure palliative guariscono la voglia di morire

di Vincenzo Montrone (presidente della Federdolore), Il Denaro, 21 novembre 2006
Sempre più spesso in questi giorni, la stampa quotidiana riporta articoli che trattano il problema della eutanasia. Ho letto con molta attenzione quanto è stato scritto e dopo lunga riflessione ho pensato che, in qualità di medico che lavora da oltre cinque lustri nel campo della terapia del dolore e cure palliative, sia mio dovere portare un contributo sull’argomento.

Le dimensioni del fenomeno
Prima di esprimere opinioni sull’argomento è giusto che il lettore abbia chiaro quale sia la dimensione del fenomeno.
Attualmente non esistono dati certi, e si può immaginare anche il perché: nel decennio 1981-1990 le citazioni sull’eutanasia e sul suicidio assistito erano solo 21 e sono aumentate fra il 1991 ed il 1996 a sole 296. I pochi dati a cui ci possiamo riferire per la valutazione numerica del fenomeno e per le opportune riflessioni, provengono principalmente da Paesi in cui l’eutanasia ha trovato largo dibattito ed in alcuni casi applicazione di legge.

In Olanda eutanasia selvaggia
L’Olanda è certamente fra questi, basti pensare che nel 1973, proprio in questo Paese, si è fondata la prima Società per l’eutanasia volontaria. I casi segnalati di eutanasia fino al 1990 erano 454. Nel 1994 erano aumentati a 1424. Nel 1995 sono saliti a 3600.
Nel 1991 la Commissione Remmelink riportò al Parlamento olandese una stima di casi di eutanasia di circa 2000/8000 l’anno e segnalò circa 400 casi di suicidio assistito. Ma il dato più sconvolgente è che in circa 1000 casi i medici avevano segnalato di aver praticato l’eutanasia senza esplicita richiesta del paziente!
In America, in uno studio pubblicato sulla rivista The Journal of the American Medical Association, è risultato che dei 335 oncologi intervistati, il 10.7% riferiva almeno un caso di eutanasia o suicidio assistito. Anche in questo caso, fra coloro che avevano attuato l’eutanasia, il 15.3% l’aveva praticata senza il consenso del malato!

Con le cure palliative si riduce la richiesta di morte
Nel 1998 l’Asco (American Society of clinical Oncology), ha pubblicato i risultati di una indagine effettuata su 3200 specialisti, in cui si rilevava che il 64% di questi dichiarava di aver avuto una richiesta di eutanasia o suicidio assistito e che il 13% aveva effettuato l’atto eutanasico.  Nello stesso anno in Inghilterra, dove la cultura della terapia del dolore e le cure palliative hanno un radicamento più pronunciato, la rivista New England Journal of medicine, pubblicava che il 18% dei medici aveva ricevuto una richiesta di suicidio assistito e che solo il 3% aveva accettato tale richiesta, mentre una richiesta di eutanasia si era avuta in un 11% di casi con un 4.7% di esecuzione da parte del medico
Se raffrontiamo questi dati a quelli pubblicati da Camberlein, primario di una unità di terapia del dolore e cure palliative dell’Istituto Montsouris di Parigi, dove viene riportata una richiesta eutanasica, mantenuta fino alla fine, in sole 15 persone su 15.000 (che sono quelle curate nel periodo compreso fra il 1987 ed il 1999), si rileva una netta riduzione del fenomeno, infatti, la maggior parte delle richieste di eutanasia espresse dai malati o dalle famiglie scomparivano non appena la sofferenza che sosteneva tale richiesta veniva identificata e curata.

Riduzione del dolore e sostegno psicologico
Se tale dato dovesse essere confermato in futuro da altri lavori, ci troveremmo di fronte ad un fenomeno molto più ristretto (1%) rispetto a quello che oggi può apparire e la prima riflessione su cui penso potremmo concordare è che, qualora i malati siano sottoposti ad appropriate cure di terapia del dolore e cure palliative, dove oltre al controllo del sintomo dolore e di tutti i sintomi collaterali che determinano una qualità di vita non accettabile, si instauri un percorso di sostegno psicologico e di accompagnamento per il malato e la sua famiglia, la domanda di eutanasia si ridurrebbe enormemente.

Si desidera spendere per malati irrecuperabili?
Se questo assunto è vero, il problema etico da affrontare sarebbe quello di destinare risorse economiche allo sviluppo di tali centri, così come è stato fatto dal Parlamento Francese nel giugno del 1999 che ha promulgato una legge sul “Diritto d’accesso per tutti alla terapia del dolore e cure palliative”, ma, a tutt’oggi, nessun altro stato dell’Unione ha stanziato fondi per questo scopo ed il dubbio che sempre più mi assilla è: Il problema è etico o si serve dell’etica per nascondere (inconsciamente) un problema economico? (mi riferisco al costo dell’assistenza di questi malati che sono considerati irrecuperabili e quindi non produttivi per il sistema….).

Alcuni cominciano a difendersi dall’eutanasia passiva
I lavori citati dovrebbero farci riflettere sul fatto che quando si ricercano le radici del “Bisogno di eutanasia”, dobbiamo avventurarci nei significati più profondi della sofferenza ed analizzare le cause della mancata risposta al problema della sofferenza nelle fasi finali di malattia inguaribile. La percentuale di richiesta eutanasica diminuisce con la capacità da parte dei medici di offrire prestazioni specialistiche in terapia del dolore e cure palliative.
La soluzione scelta dall’Olanda e dal Belgio di approvare l’eutanasia, mi preoccupa e preoccupa già moltissime persone, pensate che la paura di essere uccisi a propria insaputa in caso di malattia grave ha già portato oltre 60.000 persone ad aderire alla Dutch Patient Association, una associazione protestante che si propone di conoscere se e quali ospedali siano “Sicuri”, nel senso che non praticano l’eutanasia di stato, inoltre gli associati hanno distribuito i “passaporti per la vita” che i malati portano con sé a testimonianza della loro volontà di non ricevere l’Eutanasia a loro insaputa.

Dal libro di Hennezel
Dai dati che ho riportato ne traggo una prima riflessione in perfetta sintonia con un pensiero recentemente espresso da un noto medico eticista e riportato da Marie de Hennezel nel libro “La dolce morte” in cui viene testualmente scritto: «Penso anche che se legalizzassimo l’eutanasia, smetteremmo di investire tempo, energia e danaro nello sviluppo delle cure palliative, ancora così poco diffuse nel Paese. Troppi medici non sono ancora in grado di alleviare la sofferenza fisica e di alleviare la disperazione.
È il caso di dare loro il diritto di uccidere i pazienti quando non sapranno controllarne il dolore?»

Richieste di eutanasia: che fare?
Ma soffermiamo ora l’attenzione su quell’1% di casi in cui non si riesce ad avere un miglioramento delle condizioni di vita del malato e per cui viene reiterata la richiesta di eutanasia. Alcuni malati sentono di non poter vivere il loro morire che per loro è semplicemente insopportabile, cosa fare in questi casi? Fin dove può spingersi il medico per andare incontro alla volontà del malato che gli chiede di morire?
Sinceramente non ho ancora trovato una risposta e fortunatamente in 33 anni di lavoro a contatto con malati affetti da patologie dolorose croniche e con malati oncologici terminali non ho avuto una richiesta eutanasica reiterata.

Alcune domande di fondo
Certo per rispondere a questi interrogativi è necessario che ciascuno di noi si ponga le seguenti domande e tenti di dar loro, secondo la propria coscienza, una risposta:
1. Esiste un diritto alla vita?
2. Esiste un diritto alla morte?
3. Esiste un diritto a morire?
4. Chi lo esercita, a chi appartiene?
5. Il diritto ad una vita dignitosa implica anche il diritto ad una morte dignitosa?
6. Esiste un diritto di autodeterminazione nel morire come nel vivere?
Ogni diritto particolare concerne l’attivazione di una qualche facoltà, l’accesso a qualche bisogno, la soddisfazione di una qualche aspirazione.
Il vivere richiede un diritto nel momento in cui il fatto di esistere significa avanzare delle pretese nei confronti dell’ambiente e quindi che questo le accolga o le accetti.
Ogni ulteriore diritto naturale o positivo deriva da questo diritto originario.
Dunque il diritto alla vita, annoverato nella dichiarazione d’indipendenza americana, è fra i diritti inalienabili perché accettato dalla società. Parlare di diritto della morte può sembrare singolare se si pensa che morendo, noi non avanziamo alcuna pretesa nei confronti del mondo, al contrario, rinunciamo ad ogni possibile pretesa. Eppure tale concetto affiora sempre di più oggi in cui il mio morire diventa oggetto di scelta.
Ma se esiste il diritto di vivere, esiste anche il dovere di vivere? In tal caso, la società, se ha il dovere di rispettare il mio diritto di vivere, ha anche il diritto di far valere contro di me il mio dovere di vivere impedendomi, per esempio, di morire prima del dovuto anche contro la mia volontà?. Se la mia volontà è quella di morire, ho il diritto di morire?
Se decido di mettere in atto un suicidio sono libero di farlo?

No al suicidio
Dal punto di vista etico gli altri, di fatto ognuno di noi, ha il dovere di impedire mediante un tempestivo intervento, che non esclude il ricorso alla forza, un tentativo di suicidio.
Non è mia intenzione addentrarmi in alcuni ordinamenti giuridici, fra cui anche quelli di diritto pubblico, che esprimono un intervento inibitorio quando addirittura non lo considerano un crimine dal punto di vista penale. Altri più competenti di me potranno affrontare questo argomento, ma è indubbio che se ci atteniamo a questa linea, ci sarebbe la più esplicita negazione di un appello al diritto di morire.
Ma questo è il suicidio. Cosa accade invece se il malato è una persona incurabile?
I pericoli di legalizzazione della eutanasia sono dunque non pochi, fra questi sicuramente l’accelerazione di un processo già evidenziato in altri paesi, di pratica eutanasica senza consenso del malato; non deve essere trascurato il timore che la attuale società possa incamminarsi su un pericoloso pendio al termine del quale potremmo anche accettare di praticare l’eutanasia per gli anziani, i disabili, i disadattati.