elaborazione di documentazione.info dalla ricerca “La maternità punita” del Centro Studi Fertilità e Maternità, 17 aprile 2008
L’Italia con la sua media di 1,34 figli per donna corre il rischio di cadere nella “low fertility trap” ossia la “trappola da bassa fertilità”: una situazione che mina alla stabilità della popolazione e in cui è difficile avviare un’inversione di tendenza. A rilevarlo una ricerca del Centro Studi Fertilità e Maternità presentata ieri a Roma.
In Italia come nell’est Europa
La ricerca descrive la situazione italiana paragonandola all’est europeo o al Giappone: non si fanno figli perché i servizi di aiuto alla maternità scarseggiano e avere bambini è economicamente svantaggioso. Le donne italiane, secondo dati dell’Istat citati dalla ricerca, desiderano fare figli – ne vorrebbero in media 2,2 – ma si fermano a 1,34 per le difficoltà che incontrano nel conciliare lavoro e famiglia e per l’assenza e l’alto costo degli asili nido e delle baby sitter.
Esempi virtuosi europei
I dati rilevati dallo studio tracciano un paragone tra l’Italia e altri paesi UE con tassi di fertilità più alti dovuti a più opportune politiche sociali. Nel nostro Paese infatti lo Stato investe solo 1,1% del pil nelle politiche familiari contro il 3% di Germania e Svezia, e il 2,5% della Francia. Quest’ultima, molto simile all’Italia per popolazione, posizione geografica e organizzazione, è l’unico paese europeo che è riuscito a raggiungere il traguardo di una media di 2 figli per donna – come da obiettivo indicato dal Consiglio d’Europa nel 2000 a Lisbona. La ricetta? I genitori sono rimborsati fino al 25% delle spese sosteunte per i servizi all’infanzia fino a un massimo di 2300€ l’anno. Inoltre in caso di assunzione di un’assistente domiciliare si può avere una riduzione delle spese del 50% fino a 6.900€ all’anno. Anche la Germania, paese afflitto da un basso tasso di fertilità (1,32), sta prendendo provvedimenti. Ogni anno lo Stato versa 154€ al mese per ciascun figlio fino al compimento del diciottesimo anno di età. Inoltre, tutti genitori di bambini nati dopo il 1 gennaio 2007 hanno diritto a un contributo mensile pari al 67% del netto dello stipendio che va da un minimo di 300€ a un massimo di 1800€.
L’occupazione femminile
Secondo il Centro Studi FeM esiste una correlazione tra scarsa partecipazione femminile al lavoro e denatalità. Nei paesi europei con un alta natalità, il tasso di occupazione femminile è molto elevato, è il caso ad esempio dei paesi scandinavi che superano il 70%. Come a dire che quando la donna sa di poter mantenere il posto grazie alle tutele sociali e ha gli opportuni servizi per conciliare famiglia e lavoro, tende a realizzare il desiderio di avere il secondo e anche il terzo figlio. Cosa che in paesi come l’Italia e la Spagna è una rarità. Mentre anche in questo campo la Francia rappresenta un esempio: 60% di occupazione femminile contro il 46,9% italiano.
Non solo bonus bebé ma più servizi
Il rapporto sottoliena come non bastano gli aiuti economici. Nei paesi in cui il tasso di natalità è più alto, i contributi e le detrazioni sono inseriti in un sistema più ampio di misure e servizi a sostegno della maternità, come incentivi al rientro al lavoro, orari flessibili, ricorso al pat-time e disponibilità di asili nido. Su quest’ultimo punto l’Italia, rileva il rapporto, è ben lontana dal fornire un servizio adeguato. Solo il 10% dei bambini dai 0 ai 2 anni ha accesso a un asilo. Il ricorso alle baby-sitter è scarso perché troppo oneroso e non esistono detrazioni fiscali come in Gran Bretagna, Germania e Francia. Così i figli sono affidati ai nonni dal 54,5% delle lavoratrici (dati Oced 2004) che ha la fortuna di averli vicino casa e in salute.
Due realtà a confronto
Il rapporto si chiude con un confronto tra due donne: Lucia, italiana, e Kristen, svedese, alle prese con la nascita di un secondo bambino. La riportiamo per intero:
Italia. Lucia ha appena avuto il suo secondo bambino, Tommaso, a soli 14 mesi di distanza dalla sua primogenita Giulia. E adesso non sa cosa fare. Ha paura che al lavoro le facciano storie, non le ridiano il suo posto. Il nido più vicino a casa le costerebbe 680 Euro al mese, uno stillicidio. Potrebbe risparmiarne 200 al comunale, ma la lista d’attesa non lascia speranze. Una baby-sitter? Trovarne una che tenga entrambi i piccoli costa troppo e non c’è nessuna detrazione per questo genere di spese.
Le sue amiche hanno almeno la fortuna di avere i nonni vicini, anche se si lamentano che viziano troppo i nipotini. Insomma vorrebbero poter essere libere di scegliere: di interrompere la carriera senza paura di ritrovare la scrivania occupata. Di mettere il bambino in un nido se pensano che socializzare con altri bambini sia la cosa migliore. O di avere una baby-sitter se il piccolo deve stare a casa perché si ammala troppo spesso.
A prolungare la maternità Lucia non pensa nemmeno: lo stipendio si riduce al minimo ed il rischio di perdere il lavoro aumenta. Certo se le dessero un part-time… Ma è solo un sogno. Ecco perché tante sue amiche non vogliono neanche sentir parlare del secondo figlio. Per non dire poi dell’eventualità che Giorgio, suo marito, accetti di prendere un congedo paternità. Gli spetterebbe, ma la sua carriera verrebbe stroncata sul nascere.
Svezia. Ce la fa Kristen a fare la manager in un’agenzia di Stoccolma. Ce la fa perché quando è nato il piccolo Tom ha potuto prendere 18 mesi di congedo maternità. Ed il primo anno le è stato pagato tutto lo stipendio. Ce la fa perché vicino a casa ha un asilo nido che le tiene Tom. Ed è un nido pubblico.
Non deve preoccuparsi di tornare a casa e dedicarsi a stiro e pulizie, perché lo Stato svedese le rimborsa il 50 per cento delle spese sostenute per la domestica, fino ad un massimo di 5 mila Euro. E lo stesso vale per la baby-sitter. Così se Tom si ammala, Kristen può comunque andare al lavoro, chiamare la baby-sitter e farsene rimborsare la metà.
E’ libera di scegliere. Così come ha pianificato la sua maternità, senza neanche dover aspettare di essere over 35, perché sapeva di poter entrare ed uscire dal mondo del lavoro con agilità.
Kristen sta già pensando al secondo figlio, così crescono vicini, anche se le hanno appena offerto un avanzamento di carriera. Lei e Aron, suo marito, stanno valutando. Forse Aron potrebbe decidere di prendersi una pausa. Il congedo paternità gli spetta ed è pagato bene: dieci mesi all’80 per cento dello stipendio. Così Kristen non dovrebbe rinunciare al suo nuovo progetto in nome della maternità.
In Italia come nell’est Europa
La ricerca descrive la situazione italiana paragonandola all’est europeo o al Giappone: non si fanno figli perché i servizi di aiuto alla maternità scarseggiano e avere bambini è economicamente svantaggioso. Le donne italiane, secondo dati dell’Istat citati dalla ricerca, desiderano fare figli – ne vorrebbero in media 2,2 – ma si fermano a 1,34 per le difficoltà che incontrano nel conciliare lavoro e famiglia e per l’assenza e l’alto costo degli asili nido e delle baby sitter.
Esempi virtuosi europei
I dati rilevati dallo studio tracciano un paragone tra l’Italia e altri paesi UE con tassi di fertilità più alti dovuti a più opportune politiche sociali. Nel nostro Paese infatti lo Stato investe solo 1,1% del pil nelle politiche familiari contro il 3% di Germania e Svezia, e il 2,5% della Francia. Quest’ultima, molto simile all’Italia per popolazione, posizione geografica e organizzazione, è l’unico paese europeo che è riuscito a raggiungere il traguardo di una media di 2 figli per donna – come da obiettivo indicato dal Consiglio d’Europa nel 2000 a Lisbona. La ricetta? I genitori sono rimborsati fino al 25% delle spese sosteunte per i servizi all’infanzia fino a un massimo di 2300€ l’anno. Inoltre in caso di assunzione di un’assistente domiciliare si può avere una riduzione delle spese del 50% fino a 6.900€ all’anno. Anche la Germania, paese afflitto da un basso tasso di fertilità (1,32), sta prendendo provvedimenti. Ogni anno lo Stato versa 154€ al mese per ciascun figlio fino al compimento del diciottesimo anno di età. Inoltre, tutti genitori di bambini nati dopo il 1 gennaio 2007 hanno diritto a un contributo mensile pari al 67% del netto dello stipendio che va da un minimo di 300€ a un massimo di 1800€.
L’occupazione femminile
Secondo il Centro Studi FeM esiste una correlazione tra scarsa partecipazione femminile al lavoro e denatalità. Nei paesi europei con un alta natalità, il tasso di occupazione femminile è molto elevato, è il caso ad esempio dei paesi scandinavi che superano il 70%. Come a dire che quando la donna sa di poter mantenere il posto grazie alle tutele sociali e ha gli opportuni servizi per conciliare famiglia e lavoro, tende a realizzare il desiderio di avere il secondo e anche il terzo figlio. Cosa che in paesi come l’Italia e la Spagna è una rarità. Mentre anche in questo campo la Francia rappresenta un esempio: 60% di occupazione femminile contro il 46,9% italiano.
Non solo bonus bebé ma più servizi
Il rapporto sottoliena come non bastano gli aiuti economici. Nei paesi in cui il tasso di natalità è più alto, i contributi e le detrazioni sono inseriti in un sistema più ampio di misure e servizi a sostegno della maternità, come incentivi al rientro al lavoro, orari flessibili, ricorso al pat-time e disponibilità di asili nido. Su quest’ultimo punto l’Italia, rileva il rapporto, è ben lontana dal fornire un servizio adeguato. Solo il 10% dei bambini dai 0 ai 2 anni ha accesso a un asilo. Il ricorso alle baby-sitter è scarso perché troppo oneroso e non esistono detrazioni fiscali come in Gran Bretagna, Germania e Francia. Così i figli sono affidati ai nonni dal 54,5% delle lavoratrici (dati Oced 2004) che ha la fortuna di averli vicino casa e in salute.
Due realtà a confronto
Il rapporto si chiude con un confronto tra due donne: Lucia, italiana, e Kristen, svedese, alle prese con la nascita di un secondo bambino. La riportiamo per intero:
Italia. Lucia ha appena avuto il suo secondo bambino, Tommaso, a soli 14 mesi di distanza dalla sua primogenita Giulia. E adesso non sa cosa fare. Ha paura che al lavoro le facciano storie, non le ridiano il suo posto. Il nido più vicino a casa le costerebbe 680 Euro al mese, uno stillicidio. Potrebbe risparmiarne 200 al comunale, ma la lista d’attesa non lascia speranze. Una baby-sitter? Trovarne una che tenga entrambi i piccoli costa troppo e non c’è nessuna detrazione per questo genere di spese.
Le sue amiche hanno almeno la fortuna di avere i nonni vicini, anche se si lamentano che viziano troppo i nipotini. Insomma vorrebbero poter essere libere di scegliere: di interrompere la carriera senza paura di ritrovare la scrivania occupata. Di mettere il bambino in un nido se pensano che socializzare con altri bambini sia la cosa migliore. O di avere una baby-sitter se il piccolo deve stare a casa perché si ammala troppo spesso.
A prolungare la maternità Lucia non pensa nemmeno: lo stipendio si riduce al minimo ed il rischio di perdere il lavoro aumenta. Certo se le dessero un part-time… Ma è solo un sogno. Ecco perché tante sue amiche non vogliono neanche sentir parlare del secondo figlio. Per non dire poi dell’eventualità che Giorgio, suo marito, accetti di prendere un congedo paternità. Gli spetterebbe, ma la sua carriera verrebbe stroncata sul nascere.
Svezia. Ce la fa Kristen a fare la manager in un’agenzia di Stoccolma. Ce la fa perché quando è nato il piccolo Tom ha potuto prendere 18 mesi di congedo maternità. Ed il primo anno le è stato pagato tutto lo stipendio. Ce la fa perché vicino a casa ha un asilo nido che le tiene Tom. Ed è un nido pubblico.
Non deve preoccuparsi di tornare a casa e dedicarsi a stiro e pulizie, perché lo Stato svedese le rimborsa il 50 per cento delle spese sostenute per la domestica, fino ad un massimo di 5 mila Euro. E lo stesso vale per la baby-sitter. Così se Tom si ammala, Kristen può comunque andare al lavoro, chiamare la baby-sitter e farsene rimborsare la metà.
E’ libera di scegliere. Così come ha pianificato la sua maternità, senza neanche dover aspettare di essere over 35, perché sapeva di poter entrare ed uscire dal mondo del lavoro con agilità.
Kristen sta già pensando al secondo figlio, così crescono vicini, anche se le hanno appena offerto un avanzamento di carriera. Lei e Aron, suo marito, stanno valutando. Forse Aron potrebbe decidere di prendersi una pausa. Il congedo paternità gli spetta ed è pagato bene: dieci mesi all’80 per cento dello stipendio. Così Kristen non dovrebbe rinunciare al suo nuovo progetto in nome della maternità.