di Pier Luigi Fornari, Avvenire, 25 maggio 2006
La bioetica si applica anche alle relazioni umane. «Il suo compito è salvaguardare l’ethos familiare necessario alla sopravvivenza di una società»: a dirlo è il professor Pierpaolo Donati, che ha coniato il termine «bioetica relazionale» in un libro dell’89. Un approccio che diviene decisivo di fronte alle attuali proposte di destrutturazione della famiglia. «Ad esempio è per ragioni sociologiche e bioetiche che la convivenza omosessuale – argomenta il sociologo – non può essere considerata una famiglia. Non è un matrimonio e nemmeno una coppia, perché per costituirla il maschile e femminile devono essere in relazione di reciprocità. Se si elimina questa bipolarità si mette a rischio la nostra civiltà: scompare il codice fondamentale del pensiero umano».
Professor Donati, però oggi si dice che «basta l’amore»...
«L’idea secondo cui la famiglia andrebbe dissolvendosi in una convivenza erotica o, per dirla con i neo-funzionalisti, in un "sotto-sistema specializzato nell’amore", contrasta totalmente con la realtà empirica».
Il rischio?
«Tutte le società che dall’inizio della storia umana hanno tentato esperimenti di eliminazione della famiglia, come unione di una coppia con i suoi figli, si sono autodistrutte oppure hanno dovuto ricostituire la famiglia, come per esempio è avvenuto nei kibbutz».
Ma intanto in Spagna, il matrimonio include la convivenza tra gli omosessuali.
«E non è tutto. Perché nel frattempo gli amministratori della Catalogna hanno fatto una legge in base alla quale tra le forme familiari ammesse c’è anche la poligamia...».
Anche in Italia sembra quasi che la concezione della famiglia tradizionale sia comunque da superare...
«È una visione delle cose del tutto sbagliata. È proprio grazie alla famiglia che la società italiana tiene ancora, mentre la frammentazione sociale è molto spinta in America e in molti Paesi europei, a cominciare dai quelli scandinavi. È una frammentazione che produce incertezza e senso di vuoto esistenziale. Ho sentito a febbraio a Vienna, nella conferenza della Unione europea sulla famiglia, una relazione molto allarmante sul suicidio giovanile nel centro e nel nord d’Europa».
Eppure la famiglia italiana viene qualificata come "omicida".
«Non è vero. Gli indici di violenza intrafamiliare sono molto peggiori all’estero. L’Inghilterra ha tassi altissimi, e così anche la Scandinavia».
Ma la lunga permanenza dei giovani nel nucleo d’origine sarebbe un segno di patologia...
«Addebitare alla famiglia la bassa natalità e la lunga permanenza in casa dei figli è profondamente sbagliato. Può essere anche vero che all’interno del nucleo vi siano legami affettivi molto forti, ma il problema vero è la società che sta intorno della famiglia. Fin dalla scuola il nostro Paese non premia la competizione, il merito, e allo stesso modo non incoraggia l’avventura di mettere su una nuova famiglia e di donare la vita».
Quale segnale lanciare, allora?
«Si parla molto di ridistribuzione di ricchezza, ma l’unica ridistribuzione veramente necessaria da fare è quella tra chi non ha figli e la famiglia che ne ha, e magari ne ha molti. Invece si fa proprio il contrario, e l’indice che dovrebbe realizzare l’equità, l’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente), in realtà penalizza le famiglie numerose. Se non si cambiano queste cose è senza senso la critica alla lunga permanenza dei giovani nella famiglia di origine».
Perché?
«Se il futuro diventa così incerto per tutti, e il mondo si fa sempre più pericoloso, i singoli dove potranno trovare sicurezze e aiuti se non nella famiglia?».
Non ci sono altre vie d’uscita?
«Sono convinto che il problema della lunga permanenza dei figli in famiglia vada risolto favorendo la ripresa della natalità. Ma lo si può fare valorizzando l’orientamento delle nuove generazioni verso la famiglia, considerata come un capitale sociale da preservare e rigenerare. Altrimenti si punta sull’individualismo istituzionalizzato, un grande mercato nel quale i singoli competono emancipandosi da tutte le relazioni e i vincoli. In questo modo la famiglia scompare. È la linea applicata in Scandinavia, ma non si tratta di politiche amiche della famiglia quanto piuttosto di un sistema culturale dove la donna è considerata individualisticamente: meglio se non si sposa, visto che le nozze frenerebbero la fecondità. Ma è una soluzione che, pur prescindendo dall’aspetto antropologico, non funziona in Italia per ragioni empiriche».
Perché?
«Puntare sulla natalità fuori dal matrimonio contrasterebbe con le caratteristiche culturali del nostro Paese, per cui in Italia la donna sposata ha una fecondità più alta di quella non coniugata. Inoltre, un massiccio ingresso nel mercato del lavoro per portare a un tasso di occupazione femminile dal 45% al 60%, secondo il programma di Lisbona del 2010, comporterebbe uno sforzo insostenibile per la spesa pubblica dovendo garantire una serie di servizi alla prima infanzia e altri sussidi necessari a conciliare fecondità e lavoro».
Eppure si dice che questa è la tendenza europea...
«Ma adesso anche gli altri Paesi dell’Europa si stanno accorgendo che è una linea sbagliata. A Vienna nella conferenza Ue sulla famiglia molte analisi portavano lucidamente a queste conclusioni: il suicidio demografico dell’Europa, l’iniquità tra le generazioni, sono essenzialmente dovute – tutti gli esperti l’hanno riconosciuto – al fatto che alla famiglia viene impedito di svolgere le proprie funzioni naturali (procreazione ed educazione). Il sistema sociale europeo che si sta costruendo a parole dice di riconoscere la famiglia ma in realtà produce politiche antifamiliari. Questa oramai è una consapevolezza acquisita a livello Ue a partire dalla conferenza di Dublino del giugno 2004: quella è stata la prima volta che si è tornato a parlare di famiglia. Fino a quel momento l’Unione europea non aveva voluto trattare il tema perché a norma dei suo trattati rientrerebbe solo nella competenza degli Stati membri. Invece la società civile, le famiglie, le loro associazioni hanno imposto di riprendere il discorso sulla famiglia. La Ue regola il mercato del lavoro, i consumi, l’ambiente, la scuola, i servizi, i trasporti, tutti campi che influiscono sulla vita dei coniugi con figli, ma non si occupa di famiglia in quanto tale. Il che è una palese contraddizione».
Professor Donati, però oggi si dice che «basta l’amore»...
«L’idea secondo cui la famiglia andrebbe dissolvendosi in una convivenza erotica o, per dirla con i neo-funzionalisti, in un "sotto-sistema specializzato nell’amore", contrasta totalmente con la realtà empirica».
Il rischio?
«Tutte le società che dall’inizio della storia umana hanno tentato esperimenti di eliminazione della famiglia, come unione di una coppia con i suoi figli, si sono autodistrutte oppure hanno dovuto ricostituire la famiglia, come per esempio è avvenuto nei kibbutz».
Ma intanto in Spagna, il matrimonio include la convivenza tra gli omosessuali.
«E non è tutto. Perché nel frattempo gli amministratori della Catalogna hanno fatto una legge in base alla quale tra le forme familiari ammesse c’è anche la poligamia...».
Anche in Italia sembra quasi che la concezione della famiglia tradizionale sia comunque da superare...
«È una visione delle cose del tutto sbagliata. È proprio grazie alla famiglia che la società italiana tiene ancora, mentre la frammentazione sociale è molto spinta in America e in molti Paesi europei, a cominciare dai quelli scandinavi. È una frammentazione che produce incertezza e senso di vuoto esistenziale. Ho sentito a febbraio a Vienna, nella conferenza della Unione europea sulla famiglia, una relazione molto allarmante sul suicidio giovanile nel centro e nel nord d’Europa».
Eppure la famiglia italiana viene qualificata come "omicida".
«Non è vero. Gli indici di violenza intrafamiliare sono molto peggiori all’estero. L’Inghilterra ha tassi altissimi, e così anche la Scandinavia».
Ma la lunga permanenza dei giovani nel nucleo d’origine sarebbe un segno di patologia...
«Addebitare alla famiglia la bassa natalità e la lunga permanenza in casa dei figli è profondamente sbagliato. Può essere anche vero che all’interno del nucleo vi siano legami affettivi molto forti, ma il problema vero è la società che sta intorno della famiglia. Fin dalla scuola il nostro Paese non premia la competizione, il merito, e allo stesso modo non incoraggia l’avventura di mettere su una nuova famiglia e di donare la vita».
Quale segnale lanciare, allora?
«Si parla molto di ridistribuzione di ricchezza, ma l’unica ridistribuzione veramente necessaria da fare è quella tra chi non ha figli e la famiglia che ne ha, e magari ne ha molti. Invece si fa proprio il contrario, e l’indice che dovrebbe realizzare l’equità, l’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente), in realtà penalizza le famiglie numerose. Se non si cambiano queste cose è senza senso la critica alla lunga permanenza dei giovani nella famiglia di origine».
Perché?
«Se il futuro diventa così incerto per tutti, e il mondo si fa sempre più pericoloso, i singoli dove potranno trovare sicurezze e aiuti se non nella famiglia?».
Non ci sono altre vie d’uscita?
«Sono convinto che il problema della lunga permanenza dei figli in famiglia vada risolto favorendo la ripresa della natalità. Ma lo si può fare valorizzando l’orientamento delle nuove generazioni verso la famiglia, considerata come un capitale sociale da preservare e rigenerare. Altrimenti si punta sull’individualismo istituzionalizzato, un grande mercato nel quale i singoli competono emancipandosi da tutte le relazioni e i vincoli. In questo modo la famiglia scompare. È la linea applicata in Scandinavia, ma non si tratta di politiche amiche della famiglia quanto piuttosto di un sistema culturale dove la donna è considerata individualisticamente: meglio se non si sposa, visto che le nozze frenerebbero la fecondità. Ma è una soluzione che, pur prescindendo dall’aspetto antropologico, non funziona in Italia per ragioni empiriche».
Perché?
«Puntare sulla natalità fuori dal matrimonio contrasterebbe con le caratteristiche culturali del nostro Paese, per cui in Italia la donna sposata ha una fecondità più alta di quella non coniugata. Inoltre, un massiccio ingresso nel mercato del lavoro per portare a un tasso di occupazione femminile dal 45% al 60%, secondo il programma di Lisbona del 2010, comporterebbe uno sforzo insostenibile per la spesa pubblica dovendo garantire una serie di servizi alla prima infanzia e altri sussidi necessari a conciliare fecondità e lavoro».
Eppure si dice che questa è la tendenza europea...
«Ma adesso anche gli altri Paesi dell’Europa si stanno accorgendo che è una linea sbagliata. A Vienna nella conferenza Ue sulla famiglia molte analisi portavano lucidamente a queste conclusioni: il suicidio demografico dell’Europa, l’iniquità tra le generazioni, sono essenzialmente dovute – tutti gli esperti l’hanno riconosciuto – al fatto che alla famiglia viene impedito di svolgere le proprie funzioni naturali (procreazione ed educazione). Il sistema sociale europeo che si sta costruendo a parole dice di riconoscere la famiglia ma in realtà produce politiche antifamiliari. Questa oramai è una consapevolezza acquisita a livello Ue a partire dalla conferenza di Dublino del giugno 2004: quella è stata la prima volta che si è tornato a parlare di famiglia. Fino a quel momento l’Unione europea non aveva voluto trattare il tema perché a norma dei suo trattati rientrerebbe solo nella competenza degli Stati membri. Invece la società civile, le famiglie, le loro associazioni hanno imposto di riprendere il discorso sulla famiglia. La Ue regola il mercato del lavoro, i consumi, l’ambiente, la scuola, i servizi, i trasporti, tutti campi che influiscono sulla vita dei coniugi con figli, ma non si occupa di famiglia in quanto tale. Il che è una palese contraddizione».