Il boom demografico mondiale è finito, entro il 2050 inversione della tendenza

di redazione, 25 ottobre 2021

I numeri parlano chiaro: il pianeta Terra entrerà presto in una nuova fase. A metà di questo secolo, in tutto il mondo, le morti cominceranno a superare stabilmente le nascite. Questo nuovo scenario avrà conseguenze enormi, dal punto di vista economico, sociale e geopolitico. I governi hanno tre frecce al loro arco: far crescere la produttività del lavoro grazie alla tecnologia, incoraggiare l’immigrazione, provare a sostenere le nascite. Ne hanno parlato in maniera estesa ed esaustiva su Forbes, noi riportiamo una parte dell'articolo.

Ecco alcuni numeri pubblicati l’anno scorso su The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche: l’unica nazione, tra quelle oggi più popolose, che dovrebbe crescere in modo incredibilmente robusto è la Nigeria: + 284%, cioè quasi 800 milioni di abitanti alla fine del secolo. I cinesi si dimezzeranno, a quota 732 milioni. I giapponesi scenderanno a 60 milioni, la metà, e rischia lo stesso destino l'Italia che fa compagnia alla terra del Sol Levante sul podio dei paesi più vecchi del mondo. I russi si ridurranno quasi del 30 percento, a 106 milioni. Gli indiani del 21%, a 1 miliardi e 90 milioni. Il Brasile calerà del 22 percento. Gli abitanti del Bangladesh potrebbero diventare la metà. Cosa che quasi certamente accadrà anche all’Italia, alla Corea del Sud, al Portogallo, alla Polonia, alla Spagna e alla Tailandia. Questo nuovo scenario, già nei prossimi decenni, avrà conseguenze enormi, dal punto di vista economico, sociale e geopolitico.

Da una parte meno pressione sulle risorse naturali, quindi benefici per l’ambiente. Dall’altra, una miscela socialmente esplosiva: bassa fertilità e vite più lunghe aumenteranno la mole di pensionati, riducendo il numero di abitanti in età da lavoro. Entrerà quindi in crisi il pilastro su cui sono organizzate le società di oggi, e cioè un surplus di giovani che manda avanti l’economia e aiuta a pagare i conti degli anziani. Fuorché in Africa Subsahariana (la cui popolazione triplicherà entro il 2100), i tassi di fertilità sono in calo ovunque. Il meccanismo è più o meno sempre lo stesso: nei Paesi cresce il benessere, per le donne ci sono più istruzione e lavoro, aumenta l’uso di contraccettivi. Poi nelle metropoli la vita diventa competitiva e i figli una specie di investimento da maneggiare con cura. I genitori ritardano la gravidanza e nascono ancora meno bambini. La piramide della popolazione piano piano si ribalta.

Anche la Cina verso il calo demografico

In Cina la forza lavoro è in caduta libera, meno 40 milioni negli ultimi dieci anni, e nel frattempo lievitano i sessantenni. Le previsioni dicono che forse arriveranno al 33% nel 2050, un terzo degli abitanti. L’invecchiamento si preannuncia letale per il fondo pensioni, che potrebbe restare senza un quattrino nel giro di quindici anni, spiega l’Accademia cinese delle scienze sociali. E così il governo si trova davanti a un tormentato crocevia: dovrebbe aumentare l’età pensionabile (oggi molto bassa: 60 anni per l’uomo, tra 50 e 55 per le donne), ma temporeggia. Ha seppellito la politica del figlio unico e ha preso a distribuire sussidi a chi resta incinta di nuovo. Si aspettava una primavera delle nascite, ha ottenuto l’inverno della sterilità.

C’è un miscuglio di ostacoli difficili da rimuovere. Di sicuro l’aumento delle spese per case e istruzione; poi l’agonismo professionale e l’ansia della vita moderna. Fatto sta che il Paese sembra irremovibilmente poco fecondo. Il tasso di fertilità della Cina, 1,3 figli per donna, è più o meno lo stesso del Giappone e ben al di sotto dei 2,1 necessari per mantenere stabile una popolazione. Un’altra strada potrebbero essere i migranti, ma la Cina non ne accetterà mai più di tanti, perché vuole restare omogenea (come del resto il Giappone). Così, però, si rischia di perdere dinamismo, dice James Liang, imprenditore e docente di economia all’Università di Pechino. Secondo lui è più efficace il metodo dell’apertura, e per questo gli Stati Uniti sono in vantaggio: nei prossimi dieci o vent’anni, ha detto Liang all’Economist, “noi cinesi continueremo a fare bene, ma poi l’America riprenderà la leadership e la Cina non recupererà mai più”.