I redditi in sofferenza

di Francesco Riccadi, Avvenire 29 gennaio 2008
Non fosse che il 2007 è stato parecchio difficile e il 2008 si è presentato sotto pessimi auspici quanto a rincari tariffari e aumento dei prezzi, avremmo potuto consolarci che il peggio era passato. In realtà, la modesta crescita dei redditi familiari che è alle nostre spalle, relativa al biennio 2004-2006, appare nulla più di una boccata d’ossigeno momentanea. E chi non è riuscito a respirare a fondo allora, rischia oggi di soffrire per un’apnea prolungata. Un’altra conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che occorre proteggere il livello dei redditi delle famiglie, in particolare quelle formate da lavoratori dipendenti. Ma andiamo con ordine. La Banca d’Italia ha fotografato i redditi familiari tra il 2004 e il 2006, mettendo in evidenza un aumento del 7,8% nominale e del 2,6% reale, al netto cioè dell’inflazione. Entro questa media, i nuclei con capofamiglia dipendente hanno visto crescere i loro redditi complessivi del 4,3% reale e quelli invece con capofamiglia indipendente solo dello 0,3%. In realtà, se si allunga lo sguardo all’indietro si nota come tra il 2000 e il 2006 i capofamiglia dipendenti abbiano appena appena pareggiato i conti con l’inflazione (+0,9% in termini reali), rispetto a una crescita del 13,8% delle famiglie con capofamiglia autonomo.

Si confermano così le fortissime perdite del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti nel periodo 2000-2004, il ' Quadriennium horribilis' del popolo delle buste paga. Il passaggio all’euro, infatti, ha comportato la conversione matematica al centesimo dei salari, a fronte di una moltiplicazione per eccesso dei prezzi e delle tariffe praticate da tutti quei soggetti – artigiani, commercianti e alcuni liberi professionisti – più o meno al riparo dalla concorrenza. Il risultato è una redistribuzione dei redditi sbilanciata a favore degli autonomi, con un vero e proprio travaso di ricchezza più che tra diverse classi di reddito, in maniera trasversale da una categoria di lavoro all’altra: con un ceto medio-basso impiegatizio che si è fortemente impoverito, in qualche maniera 'a favore' di un altro ceto medio-basso di lavoratori indipendenti. Tanto che fra il 2000 e il 2004 la quota di lavoratori dipendenti in condizione di povertà è salita dal 5,9 al 7 per cento (per poi attestarsi, nel 2006, al 6,3%); per i lavoratori autonomi la stessa incidenza è scesa dall’8,1 del 2000 al 7,2% nel 2004 (per risalire al 7,5% nel 2006).

Benefici fiscali limitati al solo lavoro dipendente – assieme a una più complessiva strategia per far crescere produttività e salari – trovano dunque una loro giustificazione in questi numeri. Ma occorre necessariamente accompagnarli con misure 'mirate' al sostegno della natalità, se non ci si vuole arrendere alla 'scomparsa' dei secondi figli. Dai dati della banca centrale, infatti, emerge come negli ultimi due anni continuino a crescere le famiglie con un solo componente (+0,3%), le coppie senza figli (+1,2%) e quelle con un solo figlio (+0,5%), mentre cala ulteriormente la percentuale di famiglie con più di un figlio (–1%).

L’impoverimento generale, infatti, rende ancora più fragili le famiglie con 4 o più componenti e la mancanza di sostegni certi scoraggia le scelte procreative delle giovani coppie, già provate dall’incertezza del lavoro, dalla difficoltà a trovar casa, da un welfare che non le aiuta. Lavoro dipendente e famiglia rappresentano dunque due priorità dalle quali non potrà prescindere il prossimo governo – qualunque esso sia – e sulle quali varrà la pena misurare i programmi elettorali dei partiti.