di Marina Corradi, Avvenire.it È Vita, 7 febbraio 2008
Pochi giorni fa una commissione di tecnici ha tracciato sull’argomento neonati prematuri le "linee guida" per il ministero della Salute, in cui si prevede che fino alla 22esima settimana e 6 giorni di gestazione siano praticate «cure compassionevoli», salvo che il neonato si mostri vitale, nel qual caso va naturalmente rianimato. Per contro, in una bozza sottoscritta mesi fa da neonatologi di area laica si ipotizzava una soglia minima di 23 settimane per la rianimazione. Un tema caldo, che incrocia da un lato il termine massimo dell’aborto cosiddetto "terapeutico", e dall’altro timori di eugenetica: il "paletto" alla rianimazione a 26 settimane dell’Olanda, per esempio, tende a evitare la sopravvivenza di neonati ad elevato rischio di handicap. Ora il Comitato nazionale di bioetica sta lavorando a un documento sul trattamento dei neonati prematuri, come ci spiega il suo presidente onorario, Adriano Bompiani.
Professore, qual è la posta in gioco in questo dibattito?
«Il periodo compreso fra la 22esima e la 23 esima settimana di gestazione, in cui si registrano le prime rare possibilità di vita, è una zona grigia in cui gli elementi di incertezza sono altissimi. Non sempre, intanto, si conosce l’inizio esatto della gravidanza; i segni da cui dedurre una prognosi sono pure incerti; in pochi secondi il medico deve decidere se rianimare. A fronte di questa estrema complessità, in seno al Comitato c’è la tendenza – in cui mi riconosco – a non fissare limiti rigidi e a lasciare la scelta al medico, che in scienza e coscienza valuti caso per caso. È ragionevole la scelta, condivisa da molti neonatologi, di rianimare ogni nato vitale, valutando nelle ore successive se gli sforzi non costituiscano accanimento terapeutico, utile solo a rimandare la morte inevitabile. L’altra tendenza è quella invece di stabilire un limite fisso di età gestazionale per la rianimazione. È una scelta che si basa sulle statistiche di scarsa possibilità di sopravvivenza; ma anche sulla prognosi degli handicap cui, statisticamente, i prematuri vanno incontro proporzionalmente alla gravità della prematurità».
Oltre alla possibilità di vivere del bambino si dovrebbe guardare dunque, in questa seconda ipotesi, anche alla "qualità della vita"...
«Infatti. Il principio di alcuni Paesi nordici è di fissare un’età gestazionale minima, per evitare i costi personali e anche economici dell’handicap. È una scelta rigidamente pragmatica, attenta alla statistica più che al caso singolo. Ed eticamente molto critica, perché nella sostanza è di natura eugenetica. Credo che questo sarà il prossimo centro del dibattito bioetico: dove comincia l’eugenetica? Oggi molti ritengono che, finché la scelta di rifiutare un figlio malato sia dei genitori, non si possa parlare di eugenetica. Ma autorevoli bioeticisti hanno sottolineato come l’insieme delle scelte personali di questo tipo, tollerate dallo Stato, di fatto invece sono eugenetica».
Dunque il "paletto" rigido considera le statistiche e trascura il singolo neonato che invece talvolta ce la fa?
«Esattamente. È la filosofia della Evidence Based Medicine, dell’attenzione alle percentuali di successo, ai costi/benefici, più che al singolo paziente. È una filosofia di impronta protestante, pragmatica, diversa da quella di matrice cattolica, attenta all’individuo. Personalmente trovo inaccettabile il ragionare per statistiche, e mi auguro che il Comitato si esprimerà nel senso della scelta del medico, caso per caso».
Il documento di un gruppo di cattedratici romani, la cosiddetta «Carta di Roma» secondo la quale il consenso dei genitori alla rianimazione del figlio prematuro non è vincolante, ha suscitato polemiche, e anche la riprovazione del ministro Turco. Ma non è, il nato, ormai soggetto di pieni diritti?
«L’idea di un consenso genitoriale per rianimare una creatura autonoma appare a chi conosca la storia del diritto occidentale un "monstrum" giuridico. In alcune culture asiatiche o africane il padre ha diritto di vita o di morte sul neonato. Da noi, con l’avvento del cristianesimo, per fortuna no. Per tutte le Convenzioni internazionali con la nascita si acquista la tutela del diritto alla vita. Il medico deve soccorrere il prematuro come ogni altro paziente. Se il consenso di padre e madre non c’è, ha comunque l’obbligo di tutelare la vita del neonato. Certo, informando i genitori, ed evitando ogni accanimento terapeutico. Ma l’ultima responsabilità è del medico. E se oggi la medicina dà chance di vita a 23 o 24 settimane, occorre evitare l’aborto a questo stadio, come già affermano le linee adottate dalla Regione Lombardia. Nella stesura della 194 del resto l’idea della tutela del nascituro, quando fosse autonomo, c’era già, e sostenuta dagli stessi proponenti, cioè dalla sinistra. Infatti si afferma che quando c’è possibilità di vita autonoma del feto l’aborto è consentito solo in caso di pericolo di vita della madre; e che in questo caso il medico deve svolgere ogni azione per salvaguardare la vita del feto».
Un abbassamento del limite temporale per l’aborto è dunque un adeguamento al progresso della medicina?
«Sì. Peraltro, vorrei ricordare che la maggior parte dei prematuri nasce non da aborto provocato, ma spontaneo. Sono figli spesso molto desiderati. La realtà dei reparti di Terapia neonatale è di una stretta alleanza fra medici e genitori, tesa al meglio per il bambino, sia nell’evitare l’accanimento che nel proseguire le terapie necessarie. Per questo sono convinto che occorra lasciare ai medici un ampio margine perché scelgano "in scienza e coscienza". E che non vada fissato alcun "paletto" sulla base di previsioni statistiche. Quell’attenzione al singolo uomo che si concreta nei pochi secondi di una scelta in sala parto, non può essere decretata da una norma rigida stabilita da una legge».
Professore, qual è la posta in gioco in questo dibattito?
«Il periodo compreso fra la 22esima e la 23 esima settimana di gestazione, in cui si registrano le prime rare possibilità di vita, è una zona grigia in cui gli elementi di incertezza sono altissimi. Non sempre, intanto, si conosce l’inizio esatto della gravidanza; i segni da cui dedurre una prognosi sono pure incerti; in pochi secondi il medico deve decidere se rianimare. A fronte di questa estrema complessità, in seno al Comitato c’è la tendenza – in cui mi riconosco – a non fissare limiti rigidi e a lasciare la scelta al medico, che in scienza e coscienza valuti caso per caso. È ragionevole la scelta, condivisa da molti neonatologi, di rianimare ogni nato vitale, valutando nelle ore successive se gli sforzi non costituiscano accanimento terapeutico, utile solo a rimandare la morte inevitabile. L’altra tendenza è quella invece di stabilire un limite fisso di età gestazionale per la rianimazione. È una scelta che si basa sulle statistiche di scarsa possibilità di sopravvivenza; ma anche sulla prognosi degli handicap cui, statisticamente, i prematuri vanno incontro proporzionalmente alla gravità della prematurità».
Oltre alla possibilità di vivere del bambino si dovrebbe guardare dunque, in questa seconda ipotesi, anche alla "qualità della vita"...
«Infatti. Il principio di alcuni Paesi nordici è di fissare un’età gestazionale minima, per evitare i costi personali e anche economici dell’handicap. È una scelta rigidamente pragmatica, attenta alla statistica più che al caso singolo. Ed eticamente molto critica, perché nella sostanza è di natura eugenetica. Credo che questo sarà il prossimo centro del dibattito bioetico: dove comincia l’eugenetica? Oggi molti ritengono che, finché la scelta di rifiutare un figlio malato sia dei genitori, non si possa parlare di eugenetica. Ma autorevoli bioeticisti hanno sottolineato come l’insieme delle scelte personali di questo tipo, tollerate dallo Stato, di fatto invece sono eugenetica».
Dunque il "paletto" rigido considera le statistiche e trascura il singolo neonato che invece talvolta ce la fa?
«Esattamente. È la filosofia della Evidence Based Medicine, dell’attenzione alle percentuali di successo, ai costi/benefici, più che al singolo paziente. È una filosofia di impronta protestante, pragmatica, diversa da quella di matrice cattolica, attenta all’individuo. Personalmente trovo inaccettabile il ragionare per statistiche, e mi auguro che il Comitato si esprimerà nel senso della scelta del medico, caso per caso».
Il documento di un gruppo di cattedratici romani, la cosiddetta «Carta di Roma» secondo la quale il consenso dei genitori alla rianimazione del figlio prematuro non è vincolante, ha suscitato polemiche, e anche la riprovazione del ministro Turco. Ma non è, il nato, ormai soggetto di pieni diritti?
«L’idea di un consenso genitoriale per rianimare una creatura autonoma appare a chi conosca la storia del diritto occidentale un "monstrum" giuridico. In alcune culture asiatiche o africane il padre ha diritto di vita o di morte sul neonato. Da noi, con l’avvento del cristianesimo, per fortuna no. Per tutte le Convenzioni internazionali con la nascita si acquista la tutela del diritto alla vita. Il medico deve soccorrere il prematuro come ogni altro paziente. Se il consenso di padre e madre non c’è, ha comunque l’obbligo di tutelare la vita del neonato. Certo, informando i genitori, ed evitando ogni accanimento terapeutico. Ma l’ultima responsabilità è del medico. E se oggi la medicina dà chance di vita a 23 o 24 settimane, occorre evitare l’aborto a questo stadio, come già affermano le linee adottate dalla Regione Lombardia. Nella stesura della 194 del resto l’idea della tutela del nascituro, quando fosse autonomo, c’era già, e sostenuta dagli stessi proponenti, cioè dalla sinistra. Infatti si afferma che quando c’è possibilità di vita autonoma del feto l’aborto è consentito solo in caso di pericolo di vita della madre; e che in questo caso il medico deve svolgere ogni azione per salvaguardare la vita del feto».
Un abbassamento del limite temporale per l’aborto è dunque un adeguamento al progresso della medicina?
«Sì. Peraltro, vorrei ricordare che la maggior parte dei prematuri nasce non da aborto provocato, ma spontaneo. Sono figli spesso molto desiderati. La realtà dei reparti di Terapia neonatale è di una stretta alleanza fra medici e genitori, tesa al meglio per il bambino, sia nell’evitare l’accanimento che nel proseguire le terapie necessarie. Per questo sono convinto che occorra lasciare ai medici un ampio margine perché scelgano "in scienza e coscienza". E che non vada fissato alcun "paletto" sulla base di previsioni statistiche. Quell’attenzione al singolo uomo che si concreta nei pochi secondi di una scelta in sala parto, non può essere decretata da una norma rigida stabilita da una legge».