Aiuti umanitari: decidono i media

Avvenire, 15 dicembre 2006
Milano È cosa risaputa che esista una classifica delle tragedie umanitarie, in base alla quale ad ogni emergenza corrisponde una diversa risposta in termini di aiuti economici. Eppure lo stesso, nello scorrere i dati dell'ultimo rapporto sulle Catastrofi del mondo, stilato dalla Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa, è difficile non rimanere sconcertati dalle differenze enormi, a livello di attenzione della comunità internazionale, visibilità sui media e distribuzione di sussidi, esistenti tra una crisi e l'altra. Perché i numeri inchiodano ognuno alle proprie responsabilità, rimarcando con ancor più evidenza quelle barriere che dividono le emergenze considerate "maggiori" da quelle che vengono presto dimenticate. 


1.240 dollari per ogni vittima dello tsunami
Lo tsunami che nel 2004 sconvolse il Sud-Est asiatico appartiene a buon diritto alla prima categoria. L'eccezionalità dell'evento naturale (e le centinaia di migliaia di morti che esso ha provocato), la presenza di immagini amatoriali drammaticamente "spettacolari", il fatto che anche migliaia di turisti occidentali siano stati coinvolti nella tragedia sono tutti elementi che hanno contribuito a innescare una risposta senza precedenti. L'Unicef ha ricevuto, a fronte di un appello per 144, ben 442 milioni di dollari, tra donazioni private e governative. Save the children ha raccolto oltre 200 milioni, Medici senza frontiere 105 milioni, somma talmente alta da indurre Msf a spostare il 43% dei fondi per altri programmi d'emergenza. 
In totale si calcola che siano stati devoluti, da governi, privati e organizzazioni varie, almeno 1.240 dollari per ogni singola vittima del maremoto.

Sciagure senza appeal
Basta confrontare questa cifra con gli appena 27 dollari ricevuti a testa dai bambini denutriti del Malawi o del Niger, Paesi devastati nel 2005 da terribili carestie, per capire quali dimensioni abbia raggiunto il dislivello degli aiuti umanitari. 


Più attenzione danno i media, maggiori aiuti arrivano
Le differenze negli aiuti, peraltro, non sono affatto proporzionate, come invece si potrebbe pensare, al numero delle vittime delle catastrofi. E lo stesso dicasi per l'attenzione che i media rivolgono alle emergenze. Dai dati che emergono dal rapporto, è chiaro anzi che proprio i mezzi di informazione fanno da principale spartiacque tra le crisi, influenzando con il loro appeal gli stessi finanziamenti umanitari. All'uragano Katrina, che nell'agosto del 2005 colpì New Orleans e altre città negli Stati Uniti uccidendo più di 1.800 persone, la stampa occidentale ha dedicato oltre un migliaio di articoli, generando nell'opinione pubblica, nelle agenzie internazionali e nei governi la corsa alla raccolta per gli aiuti alle vittime. 

Pochi mesi dopo, però, l'uragano Stan che devastò il Guatemala, provocando la morte di 1.600 persone, fu al centro di appena una quarantina di articoli, dato di quaranta volte inferiore all'attenzione mediatica prestata a Katrina. E dire che la dimensione della tragedia provocato da Stan a poco a poco era riuscita ad affiorare: interi villaggi erano stati letteralmente sotterrati dalle frane e ribattezzati dai soccorritori col termine di "cimiteri". Nonostante ciò, l'appello dell'Onu per gli aiuti garantì alle vittime appena 20 milioni di dollari.

Le tragedie silenziose
Altre emergenze, trascurate dai media, restano ferme al grado di "tragedie silenziose". È il caso delle migliaia di clandestini che muoiono nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l'Europa. 
Bisogna peraltro distinguere tra le donazioni e i crediti concessi da parte di organismi quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Riguardo agli interventi umanitari relativi all'uragano Mitch, che causò nel 1998 oltre 9mila morti in America Latina, il Financial Times parlò ad esempio di vera «svendita dopo la tempesta».

Aiuti subordinati al business
Per accedere ai prestiti necessari per la ricostruzione e per il sostegno alle vittime, infatti, diversi Stati dovettero garantire la privatizzazione (e quindi l'accesso a investitori stranieri) di importanti aziende nazionali di telecomunicazioni, energia e trasporti. 
Fattori "politici" e mediatici si intrecciano quindi in un processo che concorre a distorcere l'attenzione dal cuore di ogni emergenza umanitaria. «Nella vita quotidiana di moltissime persone già sono evidenti i semi di crisi future - osserva Markku Niskala, segretario generale della Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa - ignorare la loro vulnerabilità contribuisce a trasformare il rischio di oggi nel disastro di domani». 
I mezzi di informazione, in particolare, sono chiamati a fare la loro parte per riequilibrare quell'anomalia che li induce a privilegiare - magari perché "più vendibile" - una crisi a discapito di un'altra. Mentre dietro ogni singola catastrofe, ci ricorda questo rapporto, vi sono migliaia di persone segnate dalla sofferenza. Che necessitano dell'attenzione del mondo per tornare a sperare.