Spreco alimentare: +20% di cibo donato in un anno

di Viviana Daloiso, su Avvenire, 15 novembre 2017

Non sempre si possono quantificare, gli effetti di una legge. Eppure, nel caso dello spreco alimentare, la differenza salta all’occhio. La legge 166 incassava l’ok del Senato poco più d’un anno fa, il 14 settembre del 2016. E da allora il sistema delle donazioni nella grande distribuzione ha registrato un aumento del 20%: 4.103 tonnellate di alimenti raccolti in 12 mesi contro le 3.147 dell’anno precedente nella rete del Banco Alimentare, che da solo rifornisce quasi 8mila tra strutture caritative e mense in tutta Italia.

Un “salto”, in termini di aiuto offerto ai poveri, che si può tradurre in circa 5mila pasti in più al giorno. In un Paese che conta su quasi 5 milioni di persone in povertà assoluta (di cui il 12% sono bambini) e che deve fare i conti con una voragine in termine di spreco: 5,1 milioni di tonnellate di cibo buttato via ogni anno.

Tutto più semplice. Che cosa sta succedendo? Certo, c’è l’onda lunga di Expo. E certo, il riciclo va di moda, è diventato persino “chic”. Ma la risposta del mondo del terzo settore e delle grandi aziende della distribuzione è univoca: adesso tutto è più semplice. In effetti il lungo lavoro di concertazione condotto proprio con gli addetti ai lavori – che ha preceduto e incalzato la stesura della normativa antispreco – ha portato i suoi frutti: sapeva, chi lavorava nel campo del recupero delle eccedenze ed era seduto al tavolo coi parlamentari, che serviva sburocratizzare le procedure.

Si prenda la procedura della donazione: prima un qualsiasi soggetto economico (impresa, ristorante o supermercato) che volesse recuperare eccedenze alimentari doveva fare una dichiarazione preventiva, cinque giorni prima della donazione. Ora basta una dichiarazione consuntiva a fine mese e solo se la donazione è di importo superiore ai 15mila euro. Insomma, prima i fatti, poi le carte, sempre garantendo la tracciabilità di ciò che è stato donato.

La “mossa” dei colossi. Non è un caso se in particolare il mondo dell’associazionismo è stato letteralmente investito dallo tsunami del “voglio donare, come si fa?”. Coi colossi della grande distribuzione, e non solo, che si sono messi in moto per entrare nel buon circolo. Proprio ieri mattina, a Milano, il Banco Alimentare ha siglato il primo accordo di collaborazione con una catena di fast food – la Kfc del pollo fritto –, che attraverso qualche ritocco alle già rigide procedure di cotture e conservazione dai prossimi giorni farà arrivare ai poveri della città anche patatine e crocchette: «Una svolta dal punto di vista dell’inclusione sociale prima che del recupero – ha spiegato il presidente del Banco Andrea Giussani – perché è facile immaginare cosa significhi per dei ragazzi, o delle famiglie con bambini, trovare nella spesa donata una volta ogni tanto anche questo tipo di cibo».

Sentirsi come gli altri, per un giorno. Un’esperienza che la Caritas di Rho sta portando avanti con successo già da qualche mese, grazie alla collaborazione col ristorante di Arese. E che presto potrebbe contagiare anche catene. È quello che è successo con le navi da crociera. A gennaio l’annuncio di Costa di voler provare a donare le eccedenze prodotte a bordo della sua flotta, a luglio la presentazione ufficiale del progetto.

L’iniziativa è partita a Savona: ogni venerdì precedente l’arrivo della nave, dopo la fine della cena, a bordo vengono raccolti tutti i piatti preparati nei ristoranti e mai serviti agli ospiti. Vengono riposti in appositi contenitori di alluminio, sigillati, etichettati, conservati nelle celle frigorifere. Il mattino seguente vengono sbarcati e portati dai volontari a Varazze, presso la Fondazione L’Ancora, che gestisce una casa alloggio in cui soggiornano 20 minori, oltre a fornire aiuto alimentare ad oltre 280 persone in difficoltà, tra cui rifugiati. Ora l’esperienza è pronta a decollare anche in al- tri porti, a cominciare da Civitavecchia. E altri colossi del mare hanno già preso contatto col Banco Alimentare: «Se lo fanno loro, possiamo farlo anche noi».

Incentivi e sconti. E ancora, si allunga la lista dei Comuni che hanno deciso di incentivare il recupero delle eccedenze attraverso lo sconto sulla tassa dei rifiuti (Tari): un altro strumento previsto dalla legge Gadda che ha avuto l’effetto di coinvolgere numerosi grandi supermercati. A cominciare, da solo, è stato il piccolo comune di San Stino nel Veneziano: sconto del 20% sulla parte variabile dell’imposta, questa la decisione (tanto per quantificare: per una struttura che si estende su 1.300 chilometri quadrati di superficie si arriva a quasi mille euro di risparmio all’anno).

Si sono aggiunte presto anche le amministrazioni di Empoli e Varese. Più difficile portare cambiamenti nel settore agricolo, dove nonostante le novità inserite nella legge Gadda (donazione dei beni confiscati, possibilità di raccogliere direttamente sui campi le eccedenze) lo spreco resta ancora alto: tonnellate di frutta e verdura, soprattutto al Sud, che avrebbe bisogno di trasformazione per essere donata. E che invece resta lì.

L’esempio virtuoso a cui guardare è il protocollo d’intesa firmato a fine 2016 dal Distretto della pesca di Mazara del Vallo e il Banco Alimentare per il recupero di diverse tonnellate di pesce di grossa taglia, come tonno e pesce spada, sequestrato dalla Guardia Costiera perché sotto taglia, protetto dal fermo biologico o perché pescato di frodo. Il pesce confiscato viene distribuito tra Palermo e Catania, in quasi 800 strutture caritative che ogni giorno aiutano qualcosa come 260mila poveri.

La legge
1. Obiettivo semplificazione

La legge 166 snellisce le procedure per la donazione delle eccedenze alimentari. Prima un qualsiasi soggetto economico (impresa, ristorante o supermercato ecc.) che volesse donare eccedenze alimentari doveva fare una dichiarazione preventiva cinque giorni prima della donazione. Con la nuova legge basta una dichiarazione consuntiva a fine mese e solo se la donazione è di importo superiore ai 15mila euro. Prima si dona, poi si riepiloga, sempre garantendo la tracciabilità di ciò che viene donato.

2. Cosa è scaduto e cosa no

La legge definisce in modo chiaro la differenza tra il termine minimo di conservazione (cioè la data fino alla quale un prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione) e la data effettiva di scadenza (nel caso di alimenti molto deperibili dal punto di vista microbiologico, oltre la quale essi sono considerati a rischio e non possono essere trasferiti né consumati). Nel primo caso, gli alimenti possono essere donati entro un massimo di 30 giorni dal termine.

3. Meno sprechi meno paghi

Alle aziende che donano, la legge garantisce la possibilità di detrarre l’Iva, di non perdere la deduzione dei costi e anche di ottenere uno sconto sulla tassa dei rifiuti proporzionale alla quantità di cibo donato. Su quest’ultimo punto sono i Comuni a dover emanare delle delibere.