L’ascensore sociale non si muove e i giovani italiani non hanno fiducia nel futuro

di Francesco D'Ugo, 5 ottobre 2018

I giovani italiani non hanno fiducia nel proprio futuro e prevedono per sé un tenore di vita e uno status sociale ed economico peggiore rispetto a quello dei genitori: a ritenerlo è l’80% di loro. È quanto emerge da un recente studio dell’Istituto Demopolis per Oxfam.

Abbiamo già parlato di come la disuguaglianza in Italia  sia sempre più presente di come sia possibile considerare i giovani come i nuovi poveri. Ora uno studio condotto su giovani dai 18 ai 34 anni ci parla del fatto che questa condizione è fortemente percepita dai giovani italiani.

Ma non si tratta solo di una percezione: l’ascensore sociale, ovvero il processo che consente e agevola il cambiamento di stato sociale e l’integrazione tra i diversi strati che formano la società, è fermo da tempo.  

 

I dati dell’ascensore sociale

Il fatto che l’ascensore sociale sia rotto significa un aumento della disuguaglianza tra fasce di popolazione considerate ricche e fasce povere, con una conseguente maggiore difficoltà per queste ultime di migliorare la propria condizione. Lo evidenzia un recente rapporto dell’OECD: in Italia potrebbero essere necessarie 5 generazioni per un bambino nato in una famiglia a basso reddito per raggiungere il reddito medio.

 

 

Per queste stesse persone, inoltre, è difficile inoltre ottenere una laurea (la ottiene solo il 6% dei figli di genitori con istruzione inferiore a quella superiore), passare da lavori manuali al settore terziario (il 40% rimane nel campo dei lavori manuali) e ottenere retribuzioni più alte rispetto ai propri genitori (il 31% mantiene il loro stesso livello).

La scarsa mobilità è evidente anche quando si parla di stipendi: il 62% delle persone nel quintile inferiore di reddito, vi rimane per almeno quattro anni (di più rispetto alla media Ocse), mentre dagli anni ‘90 è ulteriormente diminuita la mobilità da bassi redditi a redditi migliori.

Ma questo trend ha avuto inizio già qualche anno fa, lo ha evidenziato un rapporto Istat del 2012. In quell’anno infatti 1 su 3 dei nati tra il 1970 e il 1980 accusava di trovarsi, al suo primo impiego, in una classe sociale più bassa rispetto ai suoi genitori, e meno di 1 su 6 era riuscito a migliorare la propria posizione.

Risale al 2009 invece un’indagine, promossa dalla fondazione Italia Futura, secondo la quale solo il 6% dei giovani di 20 anni aveva detto di trovarsi meglio rispetto ai genitori, mentre 1 su 5 sosteneva che il proprio stato sociale fosse addirit­tura peggiorato.

Giovani e pessimisti: i numeri

Tutto questo si sposa con un diffuso pessimismo tra i giovani: secondo lo studio dell’istituto Demopolis 8 giovani su 10 avvertono una disuguaglianza economica rispetto alle generazioni precedenti e il 66% di loro è convinto che studiare o lavorare non li porterà ad avere un tenore di vita migliore o una posizione sociale superiore rispetto ai propri genitori, ma al contrario di essere destinato a peggiorarli. Una parte di loro è leggermente più ottimista ed è convinta di poter avere le stesse opportunità della generazione che li ha preceduti (25%), mentre sono in netta minoranza coloro che sono convinti di poterle migliorare (9%).

 

I motivi del pessimismo

Chi crede meno nella possibilità di un futuro migliore sa indicare con chiarezza i motivi della propria sfiducia: il 78% dei giovani, sempre seguendo lo studio di Demopolis, vede incerto il proprio futuro a causa delle precarie condizioni contrattuali che vengono offerte oggi. Inoltre 7 su 10 considerano le retribuzioni inadeguate e due terzi dei giovani è preoccupato per il proprio futuro previdenziale. In generale le generazioni più giovani avvertono di non poter godere delle stesse certezze di cui hanno goduto i propri genitori, è il 75% di loro a pensarlo.

Da tenere in considerazione è anche la situazione dei NEET, giovani che non lavorano e non studiano, di cui abbiamo parlato recentemente, e che oggi sono arrivati a essere intorno ai 3 milioni.

Disuguaglianza: le soluzioni

Nell’ambito dello stesso studio, è stato richiesto agli intervistati di descrivere quali politiche potrebbero risollevare il Paese da questa situazione (2 su 3 infatti riterrebbero prioritario un intervento in materia da parte dell’amministrazione pubblica).


Ne è emerso che più del 70% di loro ritiene la lotta all’evasione fiscale e nella lotta alla corruzione una via d’uscita da questo stallo. Tra le altre soluzioni proposte sono state identificate in migliori politiche del lavoro, riforme fiscali e misure per integrare il reddito o per garantire un salario minimo ai lavoratori.

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