Come la famiglia è cambiata dal medioevo

di redazione, 5 dicembre 2018

Che cosa hanno in comune le famiglie di oggi con quelle del medioevo? Davvero l'emancipazione della donna ha a che fare con la modernità? Quali sono le radici del modello di famiglia patriarcale? Le battaglie per alcune grandi conquiste nell'ambito del diritto civile sono iniziate molto prima del ventesimo secolo. In questo articolo pubblicato su Zhistorica viene analizzato l'istituto della famiglia lungo un periodo di circa mille anni.

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Fino al I secolo, una delle caratteristiche più curiose (ai nostri occhi) della famiglia romana è proprio la sostanziale uscita delle donne dalla famiglia di origine nel momento del matrimonio. Il matrimonio (con manus) porta infatti le figlie e le nipoti dal pater familias all’interno della famiglia dei rispettivi mariti, e quindi le sottopone all’autorità di un altro pater familias. Questa pratica scompare in età imperiale, ma il potere dei patriarchi delle famiglie romane continua ad essere molto forte

La decisione sull’instaurazione del vincolo giuridico e religioso che crea la famiglia rimane comunque in capo al pater familias, che spesso utilizza l’istituto per creare legami familiari e sinergie atte a migliorare o rafforzare la posizione socio-economica della propria famiglia. Il matrimonio libero, inteso come consenso bilaterale, sembra comunque trovare un suo spazio nel tardo antico. Al contrario dell’uomo, la donna romana non può stipulare contratti, possedere beni o fare testamento.

Nell’Alto Medioevo, la famiglia dell’occidente europeo è, con le dovute distinzioni di tempo e luogo, un coacervo di istituti romani influenzati dal Cristianesimo, consuetudini germaniche ed elementi greci. Il colpo più duro dato dalla Chiesa all’idea romana di matrimonio riguarda forse il divorzio, che prima dell’avvento del Cristianesimo veniva praticato con una certa regolarità, tanto che Seneca, parlando della Roma Imperiale, dice: “Nessuna donna arrossiva nel rompere il suo matrimonio, poiché le donne più nobili si erano abituate a contare i loro anni non con il nome dei consoli ma con quello dei loro mariti. Divorziano per maritarsi, si maritano per divorziare.”

La diffusione del cristianesimo e del suo sostanziale rifiuto del divorzio porta gli imperatori romani a restringere progressivamente l’ambito di applicazione dell’istituto, ma non arrivano mai ad abolirlo. In fondo, per il diritto romano, il matrimonio nasce dal consenso degli sposi (e, soprattutto, delle loro famiglie) e cessa nel momento in cui quello stesso consenso viene meno. Anche le convenzioni giuridiche germaniche attribuiscono una completa facoltà di divorzio all’uomo, e quindi si trovano anch’esse in contrapposizione con la nascente dottrina contraria al divorzio nella Chiesa. Tuttavia, ci vogliono diversi secoli prima che la posizione della Chiesa diventi quella comune.

La famiglia germanica, anch’essa patriarcale, è il nucleo fondamentale della Sippe, un’aggregazione di più famiglie consanguinee sulla cui estensione e funzione gli studiosi sono ancora divisi. Ogni Sippe, stando alle ricerche più interessanti (vedi David Herlihy) è formata da un numero massimo di cinquanta famiglie circa.

Ad ogni modo la famiglia germanica,come quella romana, vede la donna in funzione della sola procreazione e cura della casa. Qualsiasi donna, sia essa figlia, madre o nonna, rimane sempre in uno stato di sostanziale incapacità giuridica. Il mund, ossia il diritto-dovere di protezione, tradotto dai latini come mundium e riconducibile, nei contenuti, alla patria potestas romana, passa dal padre al marito della donna, ma non arriva mai nelle sue mani. A differenza dell’autorità del padre romano, il mund sui figli maschi cessa quando questi ultimi raggiungono la maggiore età.

Per quanto riguarda le questioni economiche legate al matrimonio, la dote, ossia i beni portati dalla sposa nell’asse ereditario dello sposo, è un istituto fondamentale nel matrimonio romano, mentre è completamente assente in quello germanico, dove è invece fondamentale valutare il prezzo che l’uomo deve corrispondere alla famiglia della moglie. 
 
La dote romana scompare nel corso di pochi secoli, e ne abbiamo una prova inconfutabile nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, in cui è stabilita un pari contributo agli oneri matrimoniali da parte dell’uomo (donatio propter nuptias) e della donna (dos). Ci vorranno più di quattrocento anni prima di trovare un “revival” della dote.

Nel variegato mondo europeo altomedievale, la donna è molto più oggetto che non soggetto del matrimonio, tanto che non esiste alcun obbligo di fedeltà da parte del marito. I casi di poligamia sono frequentissimi, specie tra i nobili e i sovrani germanici. Clotario I, sovrano merovingio fino al 561, ha probabilmente due o quattro mogli nello stesso momento; pochi decenni dopo il suo discendente, Childeberto II, re dei Franchi, si sposa a 15 anni pur avendo già una concubina e un figlio;  al punto che Lotario è costretto a legiferare in materia ancora nell’855. 

Per comprendere a fondo l’entità del potere nelle mani dell’uomo, si può prendere ad esempio il codice visigoto. Qui, nella parte relativa al matrimonio, è trattato anche il caso (più frequente rispetto ad oggi) della c.d. “morte presunta” del marito. Alla donna è infatti permesso contrarre nuove nozze, ma deve prima effettuare tutte le indagini (con i mezzi dell’epoca!) necessari ad accertare la morte del marito.

Anche il nuovo marito è sottoposto allo stesso obbligo e, come se non bastasse, in caso di ritorno del primo marito entrambi i coniugi diventano, di fatto, una sua proprietà, e può disporre di loro nel modo che preferisce, anche vendendoli come schiavi. 

In Italia, il primo re Longobardo a concedere alcune facoltà alle donne è Liutprando, fortemente influenzato dal Cristianesimo. Infatti permette loro sia di esprimere il proprio consenso al matrimonio, sia di esprimere una limitatissima capacità testamentaria in materia di lasciti pro anima. Per quanto considerata inferiore all’uomo sotto molteplici aspetti, la donna trae un grande vantaggio dall’affermazione del cristianesimo come unico vero collante della società: non è infatti più sottoposta in modo perpetuo alla potestà paterna o al mund.

È necessario sottolineare che, per circa due secoli, i regni-romano barbarici si fondavano su una concezione etnica del diritto, per cui il diritto romano veniva applicato alla popolazione romana soggiogata, mentre quello germanico rimaneva in vigore per i soli conquistatori. Ad ogni modo, la situazione si fece più fluida con il passare del tempo, fino ad arrivare a una sostanziale uniformità giuridica anche grazie all’opera omologatrice della Chiesa.

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