tratto dalla Relazione di Alessandro Rosina alla Conferenza Nazionale della Famiglia di Firenze, 24-26 maggio 2007
Il modello di famiglia borghese
Fino circa a metà anni Sessanta in tutto il mondo occidentale dominava, nel pieno della società industriale, il modello tradizionale di famiglia borghese. L’aggregato domestico tipico era formato da marito operaio, moglie casalinga e presenza di (almeno) due figli. Era una famiglia solidamente basata sul matrimonio, ma anche molto rigida: caratterizzata da rapporti di genere e tra generazioni nei quali dominava la figura del capofamiglia maschile. Indiscussa era la subalternità sociale e giuridica della moglie e dei figli rispetto al marito/padre.
Negli anni ’60 i primi segnali di trasformazione
A partire dalla metà degli anni Sessanta iniziano però a manifestarsi i primi segnali di una stagione di grandi trasformazioni, che investono anche il modo di fare famiglia, la vita domestica e le relazioni familiari. Il forte aumento della scolarizzazione e le maggiori opportunità di realizzazione lavorativa e professionale, consentono alla popolazione femminile di ottenere progressivamente più importanza nella società. Aumenta anche l’autonomia individuale in ambito etico, religioso e politico. Le giovani generazioni, oltre che sempre meno disposte a limitare la propria libertà, diventano anche meno propense nell’adottare, in età precoce, comportamenti che implichino assunzioni di impegni e responsabilità, con conseguente tendenza ad evitare di fare scelte percepite come irreversibili, o comunque troppo vincolanti.
Cambia il modello di famiglia
Sulla scia di tali trasformazioni, le relazioni stesse all’interno della famiglia iniziano a cambiare. Comincia ad essere erosa progressivamente la tradizionale subordinazione della moglie e dei figli. Emerge lentamente una nuova figura di padre e marito, caratterizzata da una minor rigidità e da una maggior espressività affettiva. La portata complessiva dei mutamenti è tale da produrre ricadute anche sul versante giuridico(8).
Iniziano a calare i matrimoni: oggi in numero inferiore alla media europea
Dal punto di vista empirico, un segnale evidente dei cambiamenti in atto è la riduzione dei matrimoni, che risulta particolarmente accentuata nella seconda metà degli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta. Il declino prosegue poi sino ai bassi livelli attuali, inferiori alla media europea. La quota di donne che arrivano a 50 anni senza essersi sposate era particolarmente bassa per le nate negli anni Quaranta (sotto il 10%), mentre arriva a superare il 15% per le generazioni più giovani. La rinuncia definitiva al matrimonio, pur in aumento, continua comunque ad interessare una ristretta minoranza della popolazione. Molto più generalizzato è invece il fenomeno del rinvio in più tarda età delle nozze. Se a metà anni Settanta le donne si sposavano mediamente poco dopo i 24 anni e gli uomini poco dopo i 28, trent’anni dopo (ovvero nell’arco del passaggio dalla generazione dei padri a quella dei figli) si è saliti a circa 30 anni per le donne e 33 per gli uomini.
In crescita i matrimoni civili e le separazioni dei beni
Ma oltre che dal punto quantitativo, il matrimonio cambia anche in termini qualitativi. Sono in particolare in sensibile crescita i matrimoni civili, quelli di cittadini stranieri e le coppie miste. Ancor più è aumentato negli ultimi decenni il numero di coppie che, anche come risposta alla maggiore instabilità coniugale, all’atto del matrimonio scelgono il regime di separazione dei beni. Come recentemente messo in luce da Marzio Barbagli, negli ultimi anni tale scelta è diventata addirittura maggioritaria.
Il matrimonio rimane comunque la scelta della maggioranza
Va comunque considerato che, nonostante le importanti trasformazioni in corso, l’atteggiamento nei confronti del matrimonio rimane ampiamente positivo anche nelle più giovani generazioni italiane. Solo una ridotta minoranza (attorno al 20%) lo considera un’istituzione superata. A prevalere finora, con livelli analoghi a quelli osservati negli altri paesi, è la sua posticipazione in età più avanzata. Rimane comunque più bassa nella nostra penisola, rispetto al complesso dei paesi occidentali, la quota di persone che rimangono definitivamente single o che comunque rinunciano a sposarsi. È innegabile però che - nonostante alcune specificità che continuano a caratterizzare il nostro paese (in particolare, come già ricordato, la forza dei legami familiari intergenerazionali) - il modo di fare famiglia e di vivere le relazioni di coppia stia attraversando una fase molto dinamica.
Convivenze e nascite extranuziali
Una delle maggiori discontinuità rispetto al passato, nei percorsi individuali di passaggio alla vita adulta e di formazione della famiglia, è senz’altro il fenomeno delle convivenze giovanili (e delle nascite extranuziali). Sia le convivenze che le nascite fuori dal matrimonio non sono una assoluta novità delle società moderne avanzate. Mentre però nel passato si trattava di condizioni vissute da una parte marginale della popolazione (usualmente quella più disagiata e deprivata) ed erano fortemente stigmatizzate dal contesto sociale, viceversa, oramai in tutto il mondo occidentale la formazione della prima unione in modo informale è diventata negli ultimi decenni molto comune e tale comportamento gode oramai di un ampio consenso sociale.
Accentuazione dell’autonomia individuale
Alla base della diffusione delle unioni informali stanno in larga parte gli stessi fattori che agiscono verso la posticipazione del matrimonio, ovvero l’accentuazione dell’autonomia individuale, l’insofferenza verso varie forme di autorità e di controllo istituzionale, l’aumento dell’importanza attribuita alla realizzazione personale. Tutto ciò porta a non considerare per scontato il “quando” ed il “se” sposarsi. Posticipare il matrimonio e convivere diventano allora scelte coerenti sia con lo svilupparsi di un maggior atteggiamento critico verso il rapporto di coppia, sia con una maggiore importanza assegnata alla valutazione della presenza di requisiti minimi attesi di qualità, oltre che con la verifica delle possibilità di conciliazione delle esigenze reciproche.
L’aumento del senso di insicurezza
La scelta di iniziare la prima unione in modo informale è però anche favorita da un aumento del senso di insicurezza: in una società sempre più complessa diventa sempre meno chiaro l’intreccio tra vincoli, opportunità ed implicazioni delle proprie scelte. Inoltre flessibilità e mobilità occupazionale, se da un lato favoriscono la possibilità di conquistare un’autonomia dalla famiglia di origine, dall’altro non forniscono però, soprattutto in mancanza di adeguate misure di protezione sociale (particolarmente carenti, come abbiamo già detto, per i giovani nel nostro paese), quella stabilità psicologica e quella continuità di reddito considerate necessarie per il matrimonio. Recenti ricerche hanno messo in luce come la convivenza possa spesso configurarsi come una “strategia adattiva” in una fase di incertezza occupazionale, ed il passaggio al matrimonio sia favorito da una stabilità lavorativa. L’intensità del fenomeno, le implicazioni e la combinazione delle cause che ne stanno alla base risultano diverse da paese a paese. Differenze che si ripercuotono anche sul grado di riconoscimento giuridico che le coppie di fatto godono all’interno di ciascuno stato.
Nonostante l’aumento delle convivenze il matrimonio rimane l’approdo
L’idea di un processo di diffusione e di grandi forze (culturali ed economiche) che ne stanno alla base, ha portato inizialmente vari autori ad ipotizzare un’unica sequenza in varie tappe di trasformazione nei modi di intendere e formare un’unione di coppia e di porre le basi per una nuova famiglia. Secondo tale schema i paesi scandinavi sarebbero quelli più avanzati, viceversa, i paesi dell’Europa meridionale si troverebbero ancora nella fase iniziale. Tra questi due estremi si collocherebbero tutti gli altri paesi occidentali. Si tratta di una lettura che si presta però a varie critiche. Attualmente non esiste evidenza empirica che sia in atto una convergenza tra i vari paesi, tutti destinati, prima o poi, a raggiungere l’ultima fase. Al contrario, negli ultimi vent’anni l’eterogeneità tra le situazioni vissute nei vari paesi è rimasta molto elevata. E’ stato inoltre evidenziato come nemmeno in Svezia, il paese con incidenza maggiore del fenomeno, si sia in realtà mai raggiunta una situazione nella quale le unioni informali abbiano sostituito il matrimonio. Anche in tale paese la maggioranza di chi convive tende infatti, in un tempo successivo, a formalizzare l’unione attraverso il vincolo coniugale. Tale scelta riflette il desiderio di confermare, all’interno della coppia, il progetto familiare intrapreso, e avrebbe anche la funzione di segnale, verso l’esterno, di un rinsaldato e rinnovato impegno reciproco. Molto spesso ciò accade con l’arrivo del secondo figlio.
Le convivenze non rimpiazzano il matrimonio
Il prodursi di un unico processo unidirezionale, sotto la pressione delle forze comuni della modernizzazione, implica l’ipotesi che la diffusione dei nuovi comportamenti di coppia possa svilupparsi indipendentemente dalla storia, dalla cultura, dal tipo di rapporti familiari ed intergenerazionali, dal ruolo delle istituzioni, dal sistema di welfare, che caratterizzano in modo specifico ciascun paese(9). Il che non è. E’ molto verosimile che le unioni informali più che rimpiazzare l’istituto del matrimonio si stiano invece affermando come uno strumento aggiuntivo al quale far o meno ricorso in base sia a preferenze e valori personali, sia come risposta adattiva nella costruzione del proprio percorso di vita.
Diverse motivazioni per la convivenza
I motivi che stanno alla base della scelta di convivere possono essere diversi da individuo ad individuo e nelle varie fasi della vita. C’è chi rifiuta il matrimonio per scelta ideologica. C’è chi, per convinzioni opposte, rifiuta la convivenza. C’è chi considera il matrimonio la condizione ideale per la formazione di una famiglia con figli, ma non esclude la convivenza in una prima fase (quando ancora le condizioni per una stabilità economica, lavorativa ed abitativa non sono realizzate). C’è chi considera la convivenza un periodo di prova per valutare se l’unione funziona e le esigenze reciproche (soprattutto per coppie con alto investimento professionale) sono conciliabili. C’è poi chi non è interessato a formare una propria famiglia, il vivere però in un contesto caratterizzato da ampia accettabilità sociale della convivenza consente ad essi di poterla considerare, per periodi più o meno lunghi della loro vita, come alternativa all’abitare da soli (nel caso sia in atto una relazione sentimentale). C’è infine la condizione di chi convive perché non può sposarsi, come ad esempio chi è in attesa del divorzio e gli omosessuali. Quello delle convivenze è quindi un arcipelago di situazioni diverse, con motivazioni diverse ed implicazioni diverse sul processo di formazione della famiglia.
Le convivenze in Italia
In Italia il fenomeno, nel suo complesso, risulta negli ultimi anni in forte crescita. E senz’altro non interessa solo 600 mila uomini e donne, ovvero il numero di chi dichiara di vivere attualmente in una coppia di fatto. Risulta molto più vasto se viene colto nella sua dinamicità. Nell’Italia centro- settentrionale, tra i nati ad inizio anni Settanta oltre una persona su quattro ha iniziato la prima unione tramite convivenza. Si arriva ad oltre uno su tre se si considerano i laureati. Si sale ad oltre la metà nelle grandi città. Il senso della crescita rilevante del fenomeno lo si coglie indirettamente anche dalle ricadute sulle nascite. La quota di nati da genitori non sposati è passata dall’8% nel 1995 ad oltre il 15% attuale (in pratica un raddoppio in poco più di dieci anni). E’ vero però anche che nella maggioranza dei casi il matrimonio rimane il punto di riferimento essenziale nel processo di formazione della famiglia. E’ molto frequente ad esempio il fatto che i genitori conviventi si sposino dopo la nascita del primo figlio (situazione molto comune anche negli altri paesi europei).
Instabilità coniugale
Un fenomeno in forte accelerazione dagli anni Novanta ad oggi è anche quello dell’instabilità coniugale. Per lungo tempo separazioni e divorzi sono rimasti su livelli molto moderati se confrontati al resto del mondo occidentale. La novità di questi ultimi dieci anni è quindi, più in generale, il fatto che alcuni fenomeni che si pensava potessero rimanere su incidenze molto contenute nella società italiana, sono invece entrati in una nuova fase di crescita che sta rapidamente colmando il divario con la situazione degli altri paesi dell’Europa occidentale.
Il raddoppio del tasso di divorzialità
Nel giro di poco più di una decade si è infatti assistito a quasi un raddoppio del tasso di divorzialità totale, passato da 80 divorzi ogni mille matrimoni ai quasi 150 attuali. Nell’analisi del fenomeno dell’instabilità coniugale va tenuta presente la particolarità dell’ordinamento italiano ed il fatto che oltre il 40% delle separazioni non prosegue verso il divorzio, senza necessariamente tornare indietro verso una ricomposizione del matrimonio. Una parte molto rilevante degli scioglimenti non entra quindi nella contabilità dei divorzi. Un ritratto dell’instabilità più completo si ottiene dalla disamina di evoluzione e livelli delle separazioni. Se arriva al divorzio quasi il 15% dei matrimoni, lo scioglimento per separazione riguarda invece oramai quasi il 30% delle unioni coniugali.
Il divorzio
Negli ultimi dieci anni è cambiato, come varie indagini testimoniano, anche l’atteggiamento degli italiani verso la rottura coniugale. Se la grande maggioranza (oltre l’80%) degli italiani non considera il matrimonio una istituzione superata, è ben vero che una percentuale altrettanto elevata considera giustificata la scelta di divorziare nel caso di unione “infelice”. In particolare, circa il 70% delle persone tra i 18 ed i 49 anni mantiene tale posizione anche nel caso di presenza di figli. E ciò vale anche per l’Italia meridionale, caratterizzata usualmente da comportamenti più tradizionali.
I matrimoni durano sempre meno
Non solo sono in aumento i matrimoni che si sciolgono, ma durano anche sempre meno. Attualmente circa il 20% delle separazioni ha durata inferiore ai cinque anni. La vita media passata in matrimonio per le coppie che si separano è attorno ai 13 anni. Tale durata si sta però progressivamente accorciando. I matrimoni più recenti evidenziano infatti un aumento generale dell’instabilità, ma con un’accentuazione nei primi anni di vita coniugale (analogamente a quanto si osserva in molti altri paesi occidentali). Va inoltre considerato che al momento della separazione oltre una donna su tre ha meno di 35 anni (ed il 60% ha meno di 40 anni). Un valore relativamente elevato se si pensa all’età sempre più tardiva di formazione della prima unione. Ciò significa anche che una parte rilevante delle donne che sperimentano un fallimento coniugale può pensare di formare una nuova famiglia con figli. (…)
Difficoltà economiche per le donne
Anche nel nostro paese, nonostante sia ancora maggiore l’incidenza delle rotture di persone con titolo di studio elevato e tra le donne occupate, cominciano però a diventare sempre più frequenti gli scioglimenti nelle categorie sociali medio-basse (che ricorrono, tra l’altro, maggiormente al rito contenzioso). Ciò potrà accentuare le situazioni di difficoltà economica dopo la rottura, soprattutto per le donne (più spesso non occupate o sottoccupate nelle classi medio-basse) che si troveranno sole con figli.
I figli
L’aumento dell’instabilità coniugale, unitamente alla diffusione di un atteggiamento più aperto verso la rottura anche nel caso di presenza di figli, è destinato, inoltre, verosimilmente a far aumentare in modo rilevante il numero di bambini che sperimenteranno la rottura del matrimonio dei genitori. Secondo i dati Istat, attualmente quasi due coppie che si separano su tre hanno dei figli, e in oltre la metà dei casi si tratta di minorenni (si sale quasi al 60% nel Mezzogiorno). Fino agli anni più recenti, i figli venivano nella stragrande maggioranza delle separazioni affidati esclusivamente alla madre. La tendenza degli ultimi dieci anni è però stata quella della ricerca di un maggior equilibrio tra i coniugi. Se a metà anni Novanta in oltre il 90% dei casi i bambini venivano assegnati alla madre, si è scesi a poco più dell’80% negli anni più recenti. E’ diminuita sensibilmente, nello stesso periodo, anche l’assegnazione al padre (da oltre il 6% a meno del 4%). Mentre è decisamente aumentato l’affido congiunto o alternato (da meno del 2% a più del 10%).
Aumentano le seconde nozze
In tutto il mondo occidentale è in aumento il numero di persone che sperimentano più di una unione nel corso della propria vita. La crescita dell’instabilità coniugale e la diminuzione dell’età di scioglimento del primo matrimonio ha infatti portato, negli ultimi decenni, ad un progressivo aumento delle persone che si trovano nella condizione di poter entrare in una seconda unione. Sposarsi più volte nel corso della propria vita non è un fenomeno nuovo. In passato era elevato il rischio di diventare vedovi in età relativamente giovane, ed era molto comune per un uomo risposarsi dopo la perdita della moglie. Molto meno comuni invece i matrimoni successivi al primo delle donne. Quello che è cambiato, soprattutto negli ultimi decenni del XX secolo, è il fatto che tra coloro che si risposano ha acquistato sempre più peso la quota di chi ha sciolto il precedente matrimonio tramite divorzio rispetto alla vedovanza. E’ inoltre aumentato il numero di donne alle seconde nozze, anche se rimane più elevata la propensione maschile a risposarsi (anche per la minor dipendenza delle possibilità maschili di matrimonio dall’età).
Aumentano i bambini con famiglie ricostituite
I dati più recenti per l’Italia mostrano come quasi la metà delle donne divorziate passi ad una seconda unione, la maggior parte delle quali viene formata entro 5 anni dalla fine del primo matrimonio. Sempre più spesso, inoltre, la seconda unione è una convivenza invece che un nuovo matrimonio. Dato che sono in aumento le separazioni di coppie con figli, ne consegue anche un aumento del numero di bambini che vivono l’esperienza di una famiglia ricostituita. E’ vero però anche che la possibilità di risposarsi per le donne è sensibilmente penalizzata dalla presenza di figli. Questo significa che in molti casi le madri non formano una nuova unione.
Aumentano i nuclei monoparentali
I nuclei con un solo genitore sono, del resto, in continua crescita. Hanno recentemente superato i 2 milioni (85% le “madri sole”, 15% i “padri soli”). I monogenitori vedovi, seppur in calo, continuano ancora ad essere la maggioranza (poco più del 50%). Sono invece in deciso aumento i monogenitori separati/divorziati (arrivati al 40%), e tra questi la quota di coloro che hanno figli minori (arrivata al 70%).
Note
8 Con la legge sul divorzio approvata nel 1970 il matrimonio in Italia non è più indissolubile. E’ datata 1971 la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittimo l’articolo del Codice penale che punisce pubblicità e diffusione dei mezzi contraccettivi. Nel 1975 entra in vigore la Riforma del Diritto di Famiglia, in seguito alla quale moglie e marito vengono messi per la prima volta sullo stesso piano in termini di scelte familiari, di successione, di aspetti patrimoniali, di potestà sui figli. Aumentano i diritti dei figli, anche di quelli naturali.
9 Come ha affermato K. Kiernan, una delle più autorevoli studiose inglese del fenomeno, facendo il punto ad un recente convegno su diffusione e caratteristiche delle convivenze in Europa: “In sum, one might conclude that there is not just one but several European perspectives on cohabitation and non-marital childbearing behaviour both in terms of behaviour and public policy responses”.
Fino circa a metà anni Sessanta in tutto il mondo occidentale dominava, nel pieno della società industriale, il modello tradizionale di famiglia borghese. L’aggregato domestico tipico era formato da marito operaio, moglie casalinga e presenza di (almeno) due figli. Era una famiglia solidamente basata sul matrimonio, ma anche molto rigida: caratterizzata da rapporti di genere e tra generazioni nei quali dominava la figura del capofamiglia maschile. Indiscussa era la subalternità sociale e giuridica della moglie e dei figli rispetto al marito/padre.
Negli anni ’60 i primi segnali di trasformazione
A partire dalla metà degli anni Sessanta iniziano però a manifestarsi i primi segnali di una stagione di grandi trasformazioni, che investono anche il modo di fare famiglia, la vita domestica e le relazioni familiari. Il forte aumento della scolarizzazione e le maggiori opportunità di realizzazione lavorativa e professionale, consentono alla popolazione femminile di ottenere progressivamente più importanza nella società. Aumenta anche l’autonomia individuale in ambito etico, religioso e politico. Le giovani generazioni, oltre che sempre meno disposte a limitare la propria libertà, diventano anche meno propense nell’adottare, in età precoce, comportamenti che implichino assunzioni di impegni e responsabilità, con conseguente tendenza ad evitare di fare scelte percepite come irreversibili, o comunque troppo vincolanti.
Cambia il modello di famiglia
Sulla scia di tali trasformazioni, le relazioni stesse all’interno della famiglia iniziano a cambiare. Comincia ad essere erosa progressivamente la tradizionale subordinazione della moglie e dei figli. Emerge lentamente una nuova figura di padre e marito, caratterizzata da una minor rigidità e da una maggior espressività affettiva. La portata complessiva dei mutamenti è tale da produrre ricadute anche sul versante giuridico(8).
Iniziano a calare i matrimoni: oggi in numero inferiore alla media europea
Dal punto di vista empirico, un segnale evidente dei cambiamenti in atto è la riduzione dei matrimoni, che risulta particolarmente accentuata nella seconda metà degli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta. Il declino prosegue poi sino ai bassi livelli attuali, inferiori alla media europea. La quota di donne che arrivano a 50 anni senza essersi sposate era particolarmente bassa per le nate negli anni Quaranta (sotto il 10%), mentre arriva a superare il 15% per le generazioni più giovani. La rinuncia definitiva al matrimonio, pur in aumento, continua comunque ad interessare una ristretta minoranza della popolazione. Molto più generalizzato è invece il fenomeno del rinvio in più tarda età delle nozze. Se a metà anni Settanta le donne si sposavano mediamente poco dopo i 24 anni e gli uomini poco dopo i 28, trent’anni dopo (ovvero nell’arco del passaggio dalla generazione dei padri a quella dei figli) si è saliti a circa 30 anni per le donne e 33 per gli uomini.
In crescita i matrimoni civili e le separazioni dei beni
Ma oltre che dal punto quantitativo, il matrimonio cambia anche in termini qualitativi. Sono in particolare in sensibile crescita i matrimoni civili, quelli di cittadini stranieri e le coppie miste. Ancor più è aumentato negli ultimi decenni il numero di coppie che, anche come risposta alla maggiore instabilità coniugale, all’atto del matrimonio scelgono il regime di separazione dei beni. Come recentemente messo in luce da Marzio Barbagli, negli ultimi anni tale scelta è diventata addirittura maggioritaria.
Il matrimonio rimane comunque la scelta della maggioranza
Va comunque considerato che, nonostante le importanti trasformazioni in corso, l’atteggiamento nei confronti del matrimonio rimane ampiamente positivo anche nelle più giovani generazioni italiane. Solo una ridotta minoranza (attorno al 20%) lo considera un’istituzione superata. A prevalere finora, con livelli analoghi a quelli osservati negli altri paesi, è la sua posticipazione in età più avanzata. Rimane comunque più bassa nella nostra penisola, rispetto al complesso dei paesi occidentali, la quota di persone che rimangono definitivamente single o che comunque rinunciano a sposarsi. È innegabile però che - nonostante alcune specificità che continuano a caratterizzare il nostro paese (in particolare, come già ricordato, la forza dei legami familiari intergenerazionali) - il modo di fare famiglia e di vivere le relazioni di coppia stia attraversando una fase molto dinamica.
Convivenze e nascite extranuziali
Una delle maggiori discontinuità rispetto al passato, nei percorsi individuali di passaggio alla vita adulta e di formazione della famiglia, è senz’altro il fenomeno delle convivenze giovanili (e delle nascite extranuziali). Sia le convivenze che le nascite fuori dal matrimonio non sono una assoluta novità delle società moderne avanzate. Mentre però nel passato si trattava di condizioni vissute da una parte marginale della popolazione (usualmente quella più disagiata e deprivata) ed erano fortemente stigmatizzate dal contesto sociale, viceversa, oramai in tutto il mondo occidentale la formazione della prima unione in modo informale è diventata negli ultimi decenni molto comune e tale comportamento gode oramai di un ampio consenso sociale.
Accentuazione dell’autonomia individuale
Alla base della diffusione delle unioni informali stanno in larga parte gli stessi fattori che agiscono verso la posticipazione del matrimonio, ovvero l’accentuazione dell’autonomia individuale, l’insofferenza verso varie forme di autorità e di controllo istituzionale, l’aumento dell’importanza attribuita alla realizzazione personale. Tutto ciò porta a non considerare per scontato il “quando” ed il “se” sposarsi. Posticipare il matrimonio e convivere diventano allora scelte coerenti sia con lo svilupparsi di un maggior atteggiamento critico verso il rapporto di coppia, sia con una maggiore importanza assegnata alla valutazione della presenza di requisiti minimi attesi di qualità, oltre che con la verifica delle possibilità di conciliazione delle esigenze reciproche.
L’aumento del senso di insicurezza
La scelta di iniziare la prima unione in modo informale è però anche favorita da un aumento del senso di insicurezza: in una società sempre più complessa diventa sempre meno chiaro l’intreccio tra vincoli, opportunità ed implicazioni delle proprie scelte. Inoltre flessibilità e mobilità occupazionale, se da un lato favoriscono la possibilità di conquistare un’autonomia dalla famiglia di origine, dall’altro non forniscono però, soprattutto in mancanza di adeguate misure di protezione sociale (particolarmente carenti, come abbiamo già detto, per i giovani nel nostro paese), quella stabilità psicologica e quella continuità di reddito considerate necessarie per il matrimonio. Recenti ricerche hanno messo in luce come la convivenza possa spesso configurarsi come una “strategia adattiva” in una fase di incertezza occupazionale, ed il passaggio al matrimonio sia favorito da una stabilità lavorativa. L’intensità del fenomeno, le implicazioni e la combinazione delle cause che ne stanno alla base risultano diverse da paese a paese. Differenze che si ripercuotono anche sul grado di riconoscimento giuridico che le coppie di fatto godono all’interno di ciascuno stato.
Nonostante l’aumento delle convivenze il matrimonio rimane l’approdo
L’idea di un processo di diffusione e di grandi forze (culturali ed economiche) che ne stanno alla base, ha portato inizialmente vari autori ad ipotizzare un’unica sequenza in varie tappe di trasformazione nei modi di intendere e formare un’unione di coppia e di porre le basi per una nuova famiglia. Secondo tale schema i paesi scandinavi sarebbero quelli più avanzati, viceversa, i paesi dell’Europa meridionale si troverebbero ancora nella fase iniziale. Tra questi due estremi si collocherebbero tutti gli altri paesi occidentali. Si tratta di una lettura che si presta però a varie critiche. Attualmente non esiste evidenza empirica che sia in atto una convergenza tra i vari paesi, tutti destinati, prima o poi, a raggiungere l’ultima fase. Al contrario, negli ultimi vent’anni l’eterogeneità tra le situazioni vissute nei vari paesi è rimasta molto elevata. E’ stato inoltre evidenziato come nemmeno in Svezia, il paese con incidenza maggiore del fenomeno, si sia in realtà mai raggiunta una situazione nella quale le unioni informali abbiano sostituito il matrimonio. Anche in tale paese la maggioranza di chi convive tende infatti, in un tempo successivo, a formalizzare l’unione attraverso il vincolo coniugale. Tale scelta riflette il desiderio di confermare, all’interno della coppia, il progetto familiare intrapreso, e avrebbe anche la funzione di segnale, verso l’esterno, di un rinsaldato e rinnovato impegno reciproco. Molto spesso ciò accade con l’arrivo del secondo figlio.
Le convivenze non rimpiazzano il matrimonio
Il prodursi di un unico processo unidirezionale, sotto la pressione delle forze comuni della modernizzazione, implica l’ipotesi che la diffusione dei nuovi comportamenti di coppia possa svilupparsi indipendentemente dalla storia, dalla cultura, dal tipo di rapporti familiari ed intergenerazionali, dal ruolo delle istituzioni, dal sistema di welfare, che caratterizzano in modo specifico ciascun paese(9). Il che non è. E’ molto verosimile che le unioni informali più che rimpiazzare l’istituto del matrimonio si stiano invece affermando come uno strumento aggiuntivo al quale far o meno ricorso in base sia a preferenze e valori personali, sia come risposta adattiva nella costruzione del proprio percorso di vita.
Diverse motivazioni per la convivenza
I motivi che stanno alla base della scelta di convivere possono essere diversi da individuo ad individuo e nelle varie fasi della vita. C’è chi rifiuta il matrimonio per scelta ideologica. C’è chi, per convinzioni opposte, rifiuta la convivenza. C’è chi considera il matrimonio la condizione ideale per la formazione di una famiglia con figli, ma non esclude la convivenza in una prima fase (quando ancora le condizioni per una stabilità economica, lavorativa ed abitativa non sono realizzate). C’è chi considera la convivenza un periodo di prova per valutare se l’unione funziona e le esigenze reciproche (soprattutto per coppie con alto investimento professionale) sono conciliabili. C’è poi chi non è interessato a formare una propria famiglia, il vivere però in un contesto caratterizzato da ampia accettabilità sociale della convivenza consente ad essi di poterla considerare, per periodi più o meno lunghi della loro vita, come alternativa all’abitare da soli (nel caso sia in atto una relazione sentimentale). C’è infine la condizione di chi convive perché non può sposarsi, come ad esempio chi è in attesa del divorzio e gli omosessuali. Quello delle convivenze è quindi un arcipelago di situazioni diverse, con motivazioni diverse ed implicazioni diverse sul processo di formazione della famiglia.
Le convivenze in Italia
In Italia il fenomeno, nel suo complesso, risulta negli ultimi anni in forte crescita. E senz’altro non interessa solo 600 mila uomini e donne, ovvero il numero di chi dichiara di vivere attualmente in una coppia di fatto. Risulta molto più vasto se viene colto nella sua dinamicità. Nell’Italia centro- settentrionale, tra i nati ad inizio anni Settanta oltre una persona su quattro ha iniziato la prima unione tramite convivenza. Si arriva ad oltre uno su tre se si considerano i laureati. Si sale ad oltre la metà nelle grandi città. Il senso della crescita rilevante del fenomeno lo si coglie indirettamente anche dalle ricadute sulle nascite. La quota di nati da genitori non sposati è passata dall’8% nel 1995 ad oltre il 15% attuale (in pratica un raddoppio in poco più di dieci anni). E’ vero però anche che nella maggioranza dei casi il matrimonio rimane il punto di riferimento essenziale nel processo di formazione della famiglia. E’ molto frequente ad esempio il fatto che i genitori conviventi si sposino dopo la nascita del primo figlio (situazione molto comune anche negli altri paesi europei).
Instabilità coniugale
Un fenomeno in forte accelerazione dagli anni Novanta ad oggi è anche quello dell’instabilità coniugale. Per lungo tempo separazioni e divorzi sono rimasti su livelli molto moderati se confrontati al resto del mondo occidentale. La novità di questi ultimi dieci anni è quindi, più in generale, il fatto che alcuni fenomeni che si pensava potessero rimanere su incidenze molto contenute nella società italiana, sono invece entrati in una nuova fase di crescita che sta rapidamente colmando il divario con la situazione degli altri paesi dell’Europa occidentale.
Il raddoppio del tasso di divorzialità
Nel giro di poco più di una decade si è infatti assistito a quasi un raddoppio del tasso di divorzialità totale, passato da 80 divorzi ogni mille matrimoni ai quasi 150 attuali. Nell’analisi del fenomeno dell’instabilità coniugale va tenuta presente la particolarità dell’ordinamento italiano ed il fatto che oltre il 40% delle separazioni non prosegue verso il divorzio, senza necessariamente tornare indietro verso una ricomposizione del matrimonio. Una parte molto rilevante degli scioglimenti non entra quindi nella contabilità dei divorzi. Un ritratto dell’instabilità più completo si ottiene dalla disamina di evoluzione e livelli delle separazioni. Se arriva al divorzio quasi il 15% dei matrimoni, lo scioglimento per separazione riguarda invece oramai quasi il 30% delle unioni coniugali.
Il divorzio
Negli ultimi dieci anni è cambiato, come varie indagini testimoniano, anche l’atteggiamento degli italiani verso la rottura coniugale. Se la grande maggioranza (oltre l’80%) degli italiani non considera il matrimonio una istituzione superata, è ben vero che una percentuale altrettanto elevata considera giustificata la scelta di divorziare nel caso di unione “infelice”. In particolare, circa il 70% delle persone tra i 18 ed i 49 anni mantiene tale posizione anche nel caso di presenza di figli. E ciò vale anche per l’Italia meridionale, caratterizzata usualmente da comportamenti più tradizionali.
I matrimoni durano sempre meno
Non solo sono in aumento i matrimoni che si sciolgono, ma durano anche sempre meno. Attualmente circa il 20% delle separazioni ha durata inferiore ai cinque anni. La vita media passata in matrimonio per le coppie che si separano è attorno ai 13 anni. Tale durata si sta però progressivamente accorciando. I matrimoni più recenti evidenziano infatti un aumento generale dell’instabilità, ma con un’accentuazione nei primi anni di vita coniugale (analogamente a quanto si osserva in molti altri paesi occidentali). Va inoltre considerato che al momento della separazione oltre una donna su tre ha meno di 35 anni (ed il 60% ha meno di 40 anni). Un valore relativamente elevato se si pensa all’età sempre più tardiva di formazione della prima unione. Ciò significa anche che una parte rilevante delle donne che sperimentano un fallimento coniugale può pensare di formare una nuova famiglia con figli. (…)
Difficoltà economiche per le donne
Anche nel nostro paese, nonostante sia ancora maggiore l’incidenza delle rotture di persone con titolo di studio elevato e tra le donne occupate, cominciano però a diventare sempre più frequenti gli scioglimenti nelle categorie sociali medio-basse (che ricorrono, tra l’altro, maggiormente al rito contenzioso). Ciò potrà accentuare le situazioni di difficoltà economica dopo la rottura, soprattutto per le donne (più spesso non occupate o sottoccupate nelle classi medio-basse) che si troveranno sole con figli.
I figli
L’aumento dell’instabilità coniugale, unitamente alla diffusione di un atteggiamento più aperto verso la rottura anche nel caso di presenza di figli, è destinato, inoltre, verosimilmente a far aumentare in modo rilevante il numero di bambini che sperimenteranno la rottura del matrimonio dei genitori. Secondo i dati Istat, attualmente quasi due coppie che si separano su tre hanno dei figli, e in oltre la metà dei casi si tratta di minorenni (si sale quasi al 60% nel Mezzogiorno). Fino agli anni più recenti, i figli venivano nella stragrande maggioranza delle separazioni affidati esclusivamente alla madre. La tendenza degli ultimi dieci anni è però stata quella della ricerca di un maggior equilibrio tra i coniugi. Se a metà anni Novanta in oltre il 90% dei casi i bambini venivano assegnati alla madre, si è scesi a poco più dell’80% negli anni più recenti. E’ diminuita sensibilmente, nello stesso periodo, anche l’assegnazione al padre (da oltre il 6% a meno del 4%). Mentre è decisamente aumentato l’affido congiunto o alternato (da meno del 2% a più del 10%).
Aumentano le seconde nozze
In tutto il mondo occidentale è in aumento il numero di persone che sperimentano più di una unione nel corso della propria vita. La crescita dell’instabilità coniugale e la diminuzione dell’età di scioglimento del primo matrimonio ha infatti portato, negli ultimi decenni, ad un progressivo aumento delle persone che si trovano nella condizione di poter entrare in una seconda unione. Sposarsi più volte nel corso della propria vita non è un fenomeno nuovo. In passato era elevato il rischio di diventare vedovi in età relativamente giovane, ed era molto comune per un uomo risposarsi dopo la perdita della moglie. Molto meno comuni invece i matrimoni successivi al primo delle donne. Quello che è cambiato, soprattutto negli ultimi decenni del XX secolo, è il fatto che tra coloro che si risposano ha acquistato sempre più peso la quota di chi ha sciolto il precedente matrimonio tramite divorzio rispetto alla vedovanza. E’ inoltre aumentato il numero di donne alle seconde nozze, anche se rimane più elevata la propensione maschile a risposarsi (anche per la minor dipendenza delle possibilità maschili di matrimonio dall’età).
Aumentano i bambini con famiglie ricostituite
I dati più recenti per l’Italia mostrano come quasi la metà delle donne divorziate passi ad una seconda unione, la maggior parte delle quali viene formata entro 5 anni dalla fine del primo matrimonio. Sempre più spesso, inoltre, la seconda unione è una convivenza invece che un nuovo matrimonio. Dato che sono in aumento le separazioni di coppie con figli, ne consegue anche un aumento del numero di bambini che vivono l’esperienza di una famiglia ricostituita. E’ vero però anche che la possibilità di risposarsi per le donne è sensibilmente penalizzata dalla presenza di figli. Questo significa che in molti casi le madri non formano una nuova unione.
Aumentano i nuclei monoparentali
I nuclei con un solo genitore sono, del resto, in continua crescita. Hanno recentemente superato i 2 milioni (85% le “madri sole”, 15% i “padri soli”). I monogenitori vedovi, seppur in calo, continuano ancora ad essere la maggioranza (poco più del 50%). Sono invece in deciso aumento i monogenitori separati/divorziati (arrivati al 40%), e tra questi la quota di coloro che hanno figli minori (arrivata al 70%).
Note
8 Con la legge sul divorzio approvata nel 1970 il matrimonio in Italia non è più indissolubile. E’ datata 1971 la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittimo l’articolo del Codice penale che punisce pubblicità e diffusione dei mezzi contraccettivi. Nel 1975 entra in vigore la Riforma del Diritto di Famiglia, in seguito alla quale moglie e marito vengono messi per la prima volta sullo stesso piano in termini di scelte familiari, di successione, di aspetti patrimoniali, di potestà sui figli. Aumentano i diritti dei figli, anche di quelli naturali.
9 Come ha affermato K. Kiernan, una delle più autorevoli studiose inglese del fenomeno, facendo il punto ad un recente convegno su diffusione e caratteristiche delle convivenze in Europa: “In sum, one might conclude that there is not just one but several European perspectives on cohabitation and non-marital childbearing behaviour both in terms of behaviour and public policy responses”.