Libertà e natura umana

di Benedetto Ippolito, Il Foglio 6.9.08

La messa in questione della natura umana

 

Il nostro presente è dominato da una rilevante messa in questione della natura umana, mai avuta in precedenza. Il sociologo tedesco Robert Spaemann, in uno splendido libretto intitolato "Natura e ragione", ha riassunto la grande discussione antropologica in atto come uno scontro frontale tra due opzioni: quando parliamo di natura umana o intendiamo riferirci a qualcosa che precede la libertà, oppure a qualcosa che deriva dalla libertà. In ogni caso, ci riferiamo a una realtà che può essere disponibile o indisponibile per noi.

Aristotele e il pensiero occidentale: la natura è vita
Il mondo occidentale, nel lungo percorso della sua storia, ha saputo qualcosa di veramente chiaro sulla natura umana quando ha conosciuto l`opera scientifica di Aristotele, intorno alla seconda metà del XII secolo. I suoi scritti hanno offerto una risposta esaustiva e imponente mai raggiunta prima, e da essi si deve necessariamente partire per capire anche il dibattito attuale. La natura, per il filosofo, è fondamentalmente vita. E la vita è espressione di un certo movimento interno alla realtà. La natura umana si presenta come la manifestazione più perfetta di questo processo, essendo dotata di uno sviluppo ordinato e finalizzato che raccoglie tutto e oltrepassa tutto. Esso si esprime attraverso la nascita, il nutrimento, la crescita, la conservazione del corpo e lo sviluppo dell`intelligenza, fino al deperimento, alla corruzione e alla morte di un individuo. Tale corso regolato dei fenomeni rende evidente non solo l`impossibilità di separare l`idea di natura da quella di vita e di movimento, ma il primato radicale della natura sulla conoscenza e sulla libertà. Ogni persona umana è esistente nella misura in cui è in vita, secondo un divenire guidato da regole generali stabilite che l`uomo può conoscere ma non cambiare. Soltanto perché un essere è costituito in modo umano si dà intelligenza e libertà personale. Altrimenti, non esisterebbe nulla del genere.

La natura è indisponibile: l'uomo è uomo anche se non si comporta perfettamente come tale
Tornando alla domanda iniziale di Spaemann, dunque, si può dire che la prospettiva classica di Aristotele opti risolutamente per la prima delle due risposte, puntando decisamente sull`indisponibilità della natura umana. Ogni persona può conoscere e agire liberamente, perché in quanto umana è dotata in sé di una natura corporea attivata da un principio, l`anima, che le dà vita e movimento. Se infatti noi non fossimo esseri umani, non potremmo comportarci come tali. Per la stessa ragione, rimaniamo uomini anche quando non ci comportiamo più o non ci comportiamo ancora in modo perfettamente adeguato alla nostra natura. L`uomo è così per essenza, non potendo, pertanto, egli stesso individualmente stabilire e decidere il modo e il tempo in cui esserlo. La natura è una prerogativa indisponibile, vale a dire relegata in un ordine di realtà anteriore e prioritario rispetto alla libertà.

Protagora come il relativismo: la natura dipende dalla libertà
Ma, allora, perché è nata una questione antropologica? La risposta che si può dare in tal senso è che il ragionamento di Aristotele non è parso a tutti convincente. Protagora, ad esempio, aveva proposto già nell`antichità un`ipotesi alternativa, negando proprio ogni certezza relativa all`uomo. Si è trattato di qualcosa di simile all`odierno relativismo. Secondo questo discorso, noi possiamo negare e affermare ciò che vogliamo di noi stessi, perché tutto dipende dall`uso che facciamo della nostra conoscenza e della nostra libertà. Quando parliamo di natura umana, dobbiamo certamente dire che cosa intendiamo con tale espressione. Ma per fare questo non ci sono altre regole se non quelle che noi stessi stabiliamo. Tutto è, dunque, disponibile all`uomo, perché tutto può essere cambiato, anche la natura stessa, non essendoci altra realtà al di fuori di quella conosciuta e voluta liberamente.

Se si nega l'indisponibilità cade ogni criterio
Se è vero, però, che ammettere uno spazio naturale indisponibile significa affermare qualcosa d`incomprensibile e limitativo della libertà, negare l`indisponibilità della natura significa perdere completamente ogni riferimento alla realtà e ogni criterio etico di responsabilità nell`agire. Ogni persona, infatti, mediante l`esercizio libero dei propri atti, ha comportamenti che sono espressione della sua soggettività: generosa, avara, giusta, ingiusta, prudente, audace, a seconda dei casi. Ma il poter essere libero non può comunque derivare dall`esercizio pratico della volontà. Una persona, in altre parole, ha la possibilità di esercitare le sue facoltà, per il fatto stesso che è libera "per natura", altrimenti non esiste più niente di umano che la contraddistingue, neanche la libertà stessa. Se, in ultima istanza, perdiamo l`importante distinzione tra umano e non umano, resta inspiegato, ad esempio, perché non mandiamo a scuola un cane o un criceto ma soltanto un bambino e perché non condanniamo all`ergastolo una belva feroce ma soltanto un criminale. Il relativismo, dunque, pone delle conclusioni assurde, simili al paradosso di quel tale che voleva costruire la sua zattera quando era già in mare. Mentre, al contrario, ammettendo una natura umana indipendente da noi, perché indisponibile alla conoscenza e alla libertà, accettiamo una visione più razionale delle cose con delle conseguenze etiche, però, estremamente impegnative. Si afferma, cioè, unitamente al resto, l`obbligo morale categorico di non poter applicare mai la libertà personale contro la natura umana, neanche quando la malattia e la sofferenza rendono la vita inspiegabile e intollerabile.

 

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