
Ancora in questo caldo d'estate capita di trovare notizie in cui all’uso dei telefonini e delle nuove tecnologie da parte dei più giovani sono associate parole quali “allarme”, “malattie”, “schiavitù”, “disintossicazione”, “divieto”.
Come riporta anche il sito "Valigia Blu", si tratta ormai di vera e propria disinformazione che ha una rapida presa sul pubblico di famiglie, insegnanti e professionisti e ha per conseguenze l’arbitrarietà delle azioni correttive attuate, la vendita di prodotti e pacchetti che promettono cure e il deterioramento della comunicazione tra generazioni.
Il meccanismo, nella sua ripetitività, denota il mancato aggiornamento scientifico degli autori dei proclami, la pubblicizzazione di soluzioni ingannevoli con più o meno diretti conflitti d’interesse non dichiarati e la manifestazione concreta del divario digitale intergenerazionale.
Se di disinformazione si tratta, non sorprende che manchino totalmente di copertura mediatica i risultati degli studi più recenti che dimostrano gli effetti positivi delle nuove tecnologie e soprattutto affrontano l’argomento con un metodo rigoroso che rifiuta le semplificazioni e ne analizza la complessità.
Ad esempio, solo un articolo ha parlato dello studio che “smentisce la teoria che stare sui display digitali crei problemi di salute mentale ai giovani”. L’articolo faceva riferimento alla ricerca collaborativa condotta da Michaeline Jensen, Candice Odgers e altri coautori, pubblicata sulla rivista scientifica Psychological Science, che difatti smontava l’associazione tra salute mentale e uso delle tecnologie digitali.
Le diverse ricerche hanno dimostrato che, in generale, per i vari dispositivi (telefonini, computer, videogiochi) un tempo di esposizione intorno alle 4 ore al giorno (con lievi variazioni tra giorni feriali e fine settimana) rappresenta un uso moderato e si configura come quello ottimale nel fornire i vantaggi delle nuove tecnologie senza essere intrinsecamente dannoso.
L’uso limitato (tra 1 o 2 ore al giorno) o nullo restringe l’accesso ai benefici delle nuove tecnologie, come l’acquisizione di conoscenze e le interazioni sociali. L’uso eccessivo può portare a una riduzione delle altre attività (come quelle didattiche e sportive) e al rischio di effetti negativi. In ogni caso, a quest’ultimo è possibile riferirsi come “uso problematico” dei dispositivi se si vogliono informare i cittadini in modo consapevole e responsabile. Parlare di “dipendenza”, come purtroppo fa anche Save the Children, definendo in modo vago di cosa si tratti, è limitarsi a fare allarmismo.
Lo studio degli effetti dei dispositivi digitali è ancora agli inizi ma già possiamo distinguere i metodi più rigorosi, le trappole e le future linee di ricerca.
Per rispondere alla domanda su cosa s’intenda per uso eccessivo dei dispositivi digitali, Przybylski, Orben e Weinstein hanno aggiunto un altro studio fondamentale alla loro serie basata su solidi metodi statistici, su campioni molto numerosi e sull’interpretazione critica dei risultati.
Nell’introduzione al loro articolo di qualche settimana fa, invitano innanzi tutto a essere cauti nel dare limitazioni all’uso dei dispositivi. In particolare, fanno riferimento alla regola “2x2” introdotta dal Consiglio di Comunicazioni e Media dell’Accademia Americana dei Pediatri nel 2011, secondo la quale i bambini fino a due anni non devono essere esposti ai dispositivi digitali, mentre i bambini con più di due anni devono essere esposti per non più di due ore al giorno. Questa regola ancora sopravvive, assieme ad altre più articolate, ma gli studi fatti per verificare se fosse valida non hanno affatto dimostrato la sua fondatezza.
C’è da aggiungere, è ormai praticamente impossibile impedire a una famiglia di usare i dispositivi elettronici con i più piccoli, considerati i numerosi vantaggi del tenerli impegnati per qualche ora.
Di certo c'è che, con il progresso tecnologico e la loro diffusione, i dispositivi digitali sono diventati ormai parte essenziale della nostra vita quotidiana. Nell’affrontare l’accesso dalle più tenere età a quelle più avanzate, il problema non è più la restrizione dell'uso dei dispositivi digitali ma la sua estensione anche a chi non può permetterseli. Si tratta di una quota di popolazione non irrilevante se, nel 2018, secondo i dati ISTAT, il 12.6% di chi aveva meno di 17 anni (1.260.000 bambine/i e ragazze/i) viveva in condizioni di povertà assoluta.
Se per i ricercatori la priorità si sposta d’ora in avanti all’analisi approfondita degli effetti di come questi dispositivi vengono utilizzati, con la collaborazione, però, anche delle aziende che sviluppano app, videogiochi e reti sociali digitali, per le istituzioni pubbliche la priorità diventa la diffusione capillare dell’educazione digitale, in modo da guidare, a seconda delle età, l’equa esposizione ai dispositivi, la scelta consapevole dei contenuti e l’interazione responsabile con le nuove tecnologie.





