I Papi su creazione ed evoluzione

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dal Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti al Simposio internazionale “Fede cristiana e teoria dell'evoluzione”, Roma, 26 aprile 1985

… Per quanto riguarda l'aspetto puramente naturalistico della questione, già il mio indimenticato predecessore papa Pio XII richiamava l'attenzione del 1950, nella sua enciclica Humani generis , sul fatto che il dibattito sul modello esplicativo di “evoluzione” non viene ostacolato dalla fede se questa discussione rimane nel contesto del metodo naturalistico e delle sue possibilità. Egli sottolinea il limite della portata di questo metodo quando afferma che il magistero della Chiesa non vieta “che in conformità dell'attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell'evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all'evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura” (cf. DS 3896). In base a queste considerazioni del mio predecessore, non creano ostacoli una fede rettamente compresa nella creazione o un insegnamento rettamente inteso dell'evoluzione: l'evoluzione infatti presuppone la creazione; la creazione si pone nella luce dell'evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo - come una “creatio continua” - in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come Creatore del Cielo e della terra.

Discorso integrale


dal Messaggio di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia delle Scienze in occasione del 60° anniversario della rifondazione, su alcune questioni inerenti l'evoluzione dell'uomo, 22 ottobre 1996

… Il Magistero della Chiesa è direttamente interessato alla questione dell’evoluzione, poiché questa concerne la concezione dell’uomo, del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,28-29). La Costituzione conciliare Gaudium et spes ha magnificamente esposto questa dottrina, che è uno degli assi del pensiero cristiano. Essa ha ricordato che l’uomo è «la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso» (n. 24). In altri termini, l’individuo umano non deve essere subordinato come un puro mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società; egli ha valore per se stesso. È una persona. Grazie alla sua intelligenza e alla sua volontà, è capace di entrare in rapporto di comunione, di solidarietà e di dono di sé con i suoi simili. San Tommaso osserva che la somiglianza dell’uomo con Dio risiede soprattutto nella sua intelligenza speculativa, in quanto il suo rapporto con l’oggetto della sua conoscenza è simile al rapporto che Dio intrattiene con la sua opera (Summa theologiae, I-II, q. 3, a. 5, ad 1um). L’uomo è inoltre chiamato a entrare in un rapporto di conoscenza e di amore con Dio stesso, rapporto che avrà il suo pieno sviluppo al di là del tempo, nell’eternità. Nel mistero di Cristo risorto ci vengono rivelate tutta la profondità e tutta la grandezza di questa vocazione (cfr. Gaudium et spes, 22). È in virtù della sua anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale dignità. Pio XII aveva sottolineato questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine nella materia viva che esisteva prima di esso, l’anima spirituale è immediatamente creata da Dio («animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet», Humani generis, DH 3896).
Di conseguenza, le teorie dell’evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell’uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona.
Con l’uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull’evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente inconciliabili. Le scienze dell’osservazione descrivono e valutano con sempre maggiore precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio all’ambito spirituale non è oggetto di un’osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale, una serie di segni molto preziosi della specificità dell’essere umano. L’esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l’esperienza estetica e religiosa, sono però di competenza dell’analisi e della riflessione filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore.

Messaggio integrale


Joseph Ratzinger, Fede nella creazione e teoria dell’evoluzione, da Wer ist das eigentlich - Gott? (1969)
 
La rivoluzione darwiniana
Quando Charles Darwin a metà del secolo scorso sviluppò l'idea dell'evoluzione di tutto il vivente e con essa mise radicalmente in discussione la tradizionale rappresentazione della costanza delle specie create da Dio, scatenò una rivoluzione dell'immagine del mondo non inferiore a quella che per noi si lega al nome di Copernico

Per molti aspetti le conseguenze di tale processo sono addirittura più drammatiche di quanto potessero esserlo quelle della svolta copernicana. Poiché la dimensione del tempo tocca l'uomo incomparabilmente più nel profondo di quella dello spazio, la rappresentazione dello spazio viene a sua volta relativizzata, nella misura in cui lo spazio perde la sua forma definibile stabilmente e viene sottomesso alla storia e alla contingenza. L'uomo appare come l'essere in perenne trasformazione, le grandi costanti dell'immagine biblica del mondo, principio e fine, scivolano nell'indeterminato. La comprensione di fondo del reale cambia: il divenire al posto dell'essere, lo sviluppo al posto della creazione, l'ascesa al posto del declino.


I differenti ambiti tra fede nella creazione e idea di evoluzione
La fede nella creazione indaga sul perché dell'essere in sé; il suo problema è perché c'è qualcosa e non niente. L'idea dello sviluppo invece si chiede perché ci sono proprio queste cose e non altre, da dove hanno tratto la loro determinatezza e come stanno in relazione con le altre creature. Filosoficamente si direbbe dunque che l'idea dello sviluppo stia al livello fenomenologico, si confronta con le singole creature del mondo che esistono effettivamente, mentre la fede nella creazione si muove al livello ontologico, indaga dietro le singole cose, si stupisce della meraviglia dell'essere stesso e tenta di rendere conto di quel misterioso "è" che noi diciamo di tutte le realtà che esistono. Si potrebbe formulare anche così: la fede nella creazione riguarda la differenza tra niente e qualcosa, l'idea dello sviluppo invece quella tra qualcosa e qualcos'altro. La creazione caratterizza l'essere nel complesso come essere che viene da un altro luogo, lo sviluppo invece descrive la costruzione interna dell'essere e indaga la specifica provenienza delle singole realtà esistenti. Può essere che per i naturalisti la problematizzazione della fede nella creazione appaia come una questione illegittima, che per l'uomo è irrisolvibile. Effettivamente il passaggio alla contemplazione evolutiva del mondo rappresenta il passo verso quella forma positiva della scienza che si limita consapevolmente a ciò che è dato, concreto, dimostrabile all'uomo ed esclude dalla sfera della scienza la riflessione sulle vere ragioni del reale come una riflessione sterile. In questo fede nella creazione e idea dell'evoluzione indicano non appena due diverse dimensioni di ricerca, ma due diverse forme di pensiero. Di qui muove la problematica che si solleva fra esse anche quando la loro compatibilità sia visibile.
Con questo siamo condotti però a un secondo livello della questione.


La dottrina dell’evoluzione non può contenere la fede nella creazione
Qui non è affatto facile proseguire, perché il paragone fra forme di pensiero e il problema della loro possibile relazionabilità reciproca hanno sempre in sé qualcosa di molto delicato. Bisogna tentare di mettersi al di sopra di entrambe le forme di pensiero, in una terra intellettuale di nessuno in cui si appare sospetti a entrambe le parti e si riceve rapidamente la sensazione di sedere fra le sedie. Ciononostante dobbiamo fare questo tentativo per continuare a cercare. Per prima cosa potremo stabilire che la problematizzazione dell'idea di evoluzione è più limitata di quella della fede nella creazione. Quindi la dottrina dell'evoluzione non può assolutamente incorporare la fede nella creazione. In questo senso essa può giustamente indicare l'idea della creazione come inutilizzabile per sé: non può stare fra i materiali positivi alla cui elaborazione essa è vincolata per metodo.

Lasciare aperta la strada per le domande ultime sull’uomo
Contemporaneamente, però, essa deve lasciare aperta la domanda se la problematizzazione della fede non sia legittima e possibile per sé. A partire da un certo concetto di scienza, al massimo la può vedere come extrascientifica, ma non può vietare per principio alcuna domanda sull'uomo che si rivolga alla questione dell'essere come tale. Al contrario, tali domande ultime saranno sempre indispensabili per l'uomo che vive faccia a faccia con l'Ultimo e non può essere ridotto a ciò che è documentabile scientificamente. Così però ora rimane il problema se la fede nella creazione, da parte sua, possa assumere in sé l'idea dell'evoluzione come un di più oppure se al contrario questa contraddica il suo fondamento.


La domanda centrale
La rappresentazione di un mondo in divenire è conciliabile con l'idea biblica fondamentale della creazione del mondo da parte del Verbo, con il ricondurre l'essere al senso creatore? L'idea dell'essere espressa nella Bibbia può coesistere con quella del divenire elaborata dalla teoria dell'evoluzione?

 la fede, che non era identica ad alcuna delle immagini del mondo elaborate finora e che tuttavia rispondeva a una domanda che stava dietro di esse e perciò naturalmente vi si imprime, non può né deve diventare identica nemmeno alla nostra immagine del mondo. Sarebbe sciocco e falso offrire quasi sottobanco la teoria dell'evoluzione come un prodotto della fede, anche se questa ha contribuito a che si formasse quell'orizzonte mentale in cui poté nascere la questione dell'evoluzione. Sarebbe ancora più sciocco considerare la fede come una specie di illustrazione della teoria dell'evoluzione e lasciare che questa sia confermata da quella.

La visione evolutiva dell’uomo e i limiti della scienza naturale

 come si conosce il mondo se lo si interpreta evolutivamente? A questo scopo di sicuro è essenziale che essere e tempo entrino in una stretta relazione: l'essere è tempo, non solo ha tempo. È solo in divenire e si dispiega a se stesso. Conformemente a questo, l'essere viene conosciuto dinamicamente, come moto dell'essere: non ruota nell'immutato ma procede in avanti. Si dibatte cioè sull'applicabilità del concetto di progresso alla catena dell'evoluzione, soprattutto perché non si dispone di alcun criterio che permetta di dire cosa sia da considerare meglio o peggio e quando di conseguenza si possa sul serio parlare di un avanzamento.

La domanda se l'essere inteso come strada, l'evoluzione nel complesso, abbia un senso così però rimane aperta, e non può nemmeno essere risolta all'interno della stessa teoria dell'evoluzione; è una domanda estranea al suo metodo, ma per l'uomo vivo è la questione fondamentale del tutto. Per questo la scienza naturale oggi spiega i suoi limiti riconoscendo giustamente che a questa domanda indispensabile all'uomo non può essere risposto scientificamente, ma solo nell'ambito di un "sistema di fede". Del fatto che in proposito molti siano dell'idea che il "sistema di fede" cristiano non sia adatto a questo scopo, e che invece sia necessario trovarne uno nuovo, non c'è bisogno che ci occupiamo qui, perché costoro in questo modo fanno un'affermazione all'interno della loro scelta di fede e al di fuori della loro scienza.

Lo specifico della fede
Con questo però adesso siamo messi in condizione di dire in modo preciso cosa significhi la fede nella creazione nel rispetto della comprensione evolutiva del mondo. Davanti alla questione fondamentale irrisolvibile dalla stessa teoria dell'evoluzione – se comandi l'insensatezza o il senso – la fede esprime la convinzione che il mondo nella sua interezza, come dice la Bibbia, venga fuori dal logos, cioè dal senso creatore, e rappresenti la forma contingente del suo proprio compimento. Vista dalla nostra comprensione del mondo, la creazione non è un principio lontano e nemmeno un principio suddiviso in più stadi, bensì coinvolge l'essere contingente e l'essere in divenire: l'essere contingente è abbracciato nella sua interezza dall'unico atto creatore di Dio, il quale gli dà nella sua divisione la sua unità, in cui contemporaneamente consiste il suo essere, che non è misurabile per noi, perché noi non vediamo il tutto, anzi noi stessi siamo solo sue parti.
La fede nella creazione non ci dice il che cosa del senso del mondo, ma solo il suo perché: tutti questi alti e bassi dell'essere in divenire sono l'atto più libero e più sottoposto al rischio della libertà del pensiero creatore originario, dal quale esso ha (ricevuto) il suo essere.

Il Cristianesimo vede armonia tra essere e divenire
E così forse per noi oggi diviene più comprensibile quel che la dottrina cristiana della creazione ha sempre detto e che però a stento è riuscita a far valere sotto l'impronta dei modelli antichi: la creazione non è da pensare secondo lo schema dell'artigiano che realizza oggetti di ogni sorta, ma nella maniera in cui il pensiero è creatore. E nello stesso momento diventa visibile che l'insieme del moto dell'essere (non solo l'inizio) è creazione e che allo stesso modo il tutto (non solo ciò che viene dopo) è realtà propria e moto proprio. Riassumendo tutto questo possiamo dire: credere alla creazione significa comprendere nella fede il mondo in divenire reso accessibile dalla scienza come un mondo sensato, che viene da un senso creatore.
Così però già si delinea chiaramente anche la risposta alla domanda sulla creazione dell'uomo: il riconoscimento del mondo in divenire come autocompimento di un pensiero creatore racchiude il suo ricondurre alla creatività dello spirito, al Creator Spiritus. In Teilhard de Chardin su questa questione si trova la seguente brillante osservazione: «Quel che differenzia un materialista da uno spiritualista non è più il fatto che egli ammette un passaggio tra infrastruttura fisica e sovra-struttura fisica delle cose, ma solo che egli situa a torto il punto di equilibrio definitivo del movimento cosmico dalla parte dell'infra-struttura, cioè del decadimento».

Materia e spirito
Sui dettagli di questa formulazione si potrà sicuramente discutere; ma l'essenziale mi pare colto in maniera esatta: l'alternativa tra materialismo e contemplazione del mondo informata spiritualmente, tra caso e senso, si presenta a noi oggi nella forma della domanda se si consideri lo spirito e la vita nelle sue forme evidenti solo come una muffa casuale sulla superficie del materiale (cioè dell'esistente che non comprende se stesso) oppure come scopo di quello che accade e perciò al contrario si consideri la materia come antefatto dello spirito. Se si sceglie la seconda opzione, è chiaro che lo spirito non è un prodotto casuale dello sviluppo della materia, ma che piuttosto la materia rappresenta un momento nella storia dello spirito. Questa però è solo una diversa espressione dell'affermazione che lo spirito è creato e non è puro prodotto dello sviluppo, anche se si manifesta alla maniera dell'evoluzione.

Coesistenza tra visione teologica e immagine evolutiva del mondo
Con questo siamo ora giunti al punto in cui si può rispondere alla domanda come l'affermazione teologica della creazione particolare dell'uomo possa coesistere con un'immagine evolutiva del mondo, cioè che forma essa debba assumere in una concezione evolutiva del mondo. Trattare questo nel particolare oltrepasserebbe di certo l'ambito di questo tentativo; un paio di accenni devono bastare. Ci sarebbe da ricordare innanzitutto che anche rispetto alla creazione dell'uomo la creazione non indica un principio lontano, ma con Adamo significa ognuno di noi: ogni uomo è in rapporto diretto con Dio. La fede afferma sul primo uomo nulla di più che su ciascuno di noi e viceversa su di noi nulla di meno che sul primo uomo. Ogni uomo è più che un prodotto di disposizioni ereditarie e ambiente, nessuno è solo risultato dei fattori calcolabili del mondo, il mistero della creazione sta sopra ognuno di noi. Poi ci sarebbe da riprendere in considerazione il fatto che lo spirito non si aggrega alla materia come qualcosa di estraneo, come una sostanza altra; la comparsa dello spirito dopo quello che abbiamo detto significa piuttosto che un moto progressivo raggiunge la sua meta stabilita. Infine ci sarebbe da dire che proprio la creazione dello spirito si dovrebbe presentare meno di tutto come un'azione artigianale di Dio, che così improvvisamente comincerebbe a trafficare nel mondo. Se la creazione significa dipendenza dall'essere, allora una particolare creazione non è altro che una particolare dipendenza dall'essere.

La “creazione particolare” dell’uomo
L'affermazione che l'uomo è creato da Dio in un modo più specifico, più diretto delle cose naturali significa, detta in modo meno metaforico, semplicemente questo, che l'uomo è voluto da Dio in modo specifico: non solo come un essere che "c'è", ma come un essere che lo riconosce; non solo come una creatura che lui ha pensato, ma come esistenza che può a sua volta pensare lui. È questo specifico essere voluto e riconosciuto da Dio, che è proprio dell'uomo, che noi chiamiamo creazione particolare.
A partire da qui si potrebbe addirittura formulare una diagnosi sulla forma dell'umanazione (il diventare uomo): l'argilla divenne uomo nell'istante in cui un essere per la prima volta, anche se ancora in modo confuso, riuscì a sviluppare l'idea di Dio. Il primo tu che fu pronunciato – balbettando come sempre – nei confronti di Dio dalle labbra dell'uomo, indica l'istante in cui lo spirito era nato nel mondo. Qui fu attraversato il Rubicone dell'umanazione. Poiché l'uomo non è costituito dall'utilizzo delle armi o del fuoco né dalle nuove forme della crudeltà o dell'utilitarismo, ma dalla sua capacità di essere immediatamente in rapporto con Dio. Questo stabilisce la dottrina della particolare creazione dell'uomo. Soprattutto qui sta il centro della fede nella creazione. Sta qui anche la ragione per cui l'istante dell'umanazione non può essere fissato dalla paleontologia: l'umanazione è l'insorgenza dello spirito, che non si può dissotterrare con la vanga. La teoria dell'evoluzione non annulla la fede, e nemmeno la conferma. Ma la sfida a comprendere meglio se stessa e ad aiutare in questo modo l'uomo a capire sé e a diventare sempre più quello che deve essere: l'essere che può dire tu a Dio per l'eternità.
 
Traduzione italiana pubblicata su Il Foglio quotidiano, venerdì 23 dicembre 2005 , anno X, n. 303, pag 1.


Testo integrale