Il vero effetto dell’Euro sulle famiglie italiane

di Francesco D'Ugo, 17 gennaio 2019

Quindici anni fa veniva introdotto l’Euro in Italia e da allora la percezione diffusa è stata che la sua introduzione abbia di fatto raddoppiato i prezzi. Già nel 2002, infatti, venivano indetti dalle associazioni consumatori scioperi della spesa per protestare contro l’inflazione e ancora oggi il sentimento comune non è cambiato. Ma le cose stanno davvero così? Quale è stato il vero effetto dell’euro sulle famiglie italiane?

Uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha mostrato perché non è vero che l’introduzione dell’euro ha raddoppiato i prezzi e prova a spiegare perché si tratta di un vero e proprio luogo comune.

Prezzi raddoppiati: una percezione lontana dalla realtà

Come fa notare lo studio, l’introduzione dell’euro ha in effetti provocato un aumento dell’inflazione di pochi punti percentuali (circa il 2,5%) ed è coinciso con essa un aumento considerevole dei prezzi di alcuni beni e servizi di consumo frequente. Ma che i prezzi siano raddoppiati per colpa dell’euro è sostanzialmente un luogo comune che continua a persistere negli anni.

In questo grafico si può osservare come dal 2002 ci sia un consistente divario tra l’inflazione percepita (linea chiara) e quella effettivamente misurata (linea scura).

Andiamo allora a vedere dove trova fondamento questa percezione così lontana dalla realtà.

Euro e inflazione dati alla mano

Sono in primo luogo dei dati dell’ISTAT a smentire questo raddoppio nei prezzi dopo l’euro. Dice lo studio della Cattolica:

“Dal punto di vista pluriennale, sempre secondo i dati Istat, la variazione dei prezzi al consumo tra il 31 dicembre 1998, quando venne introdotto il cambio, e il 2002 - anno in cui l’Euro sostituì effettivamente la Lira - ha superato di poco il 10 per cento, con una variazione annuale media del 2,3 per cento. Non vi è stato dunque alcun “raddoppio”.

La tabella in basso, invece, mostra come sono variati i prezzi tra il 2002 e il 2003


Fatta questa premessa gli elementi da considerare nello spiegare questa percezione sono almeno quattro: in primo luogo un effettivo e considerevole aumento dei beni ad alta frequenza di acquisto ( come prodotti alimentari, tabacchi e servizi di trasporto), in secondo luogo nella tendenza dei consumatori a fare più caso ad aumenti di prezzo piuttosto che alle diminuzioni, poi nei calcoli mentali errati da parte del consumatore nell’effettuare il cambio tra lire e euro e infine nell’incapacità dei consumatori di ricordare l’originario prezzo in lire di un bene specifico.

Quanto al primo elemento le percezioni dei consumatori sull’inflazione si basano sui beni e servizi che vengono consumati più spesso, gli stessi che hanno subito gli aumenti di prezzo maggiori. Un esempio lo troviamo nel fatto che i ristoratori abbiano approfittato dell’avvicendamento Lira-Euro per “aggiustare” i propri prezzi. I rincari, poi, hanno investito anche il trasporto pubblico (ad. es. a Milano il biglietto è passato da 1500 lire (0,77 euro) a 1 euro), servizi come lavanderie e piccoli alimentari fino ad arrivare alla giocata minima del lotto, che effettivamente è raddoppiata passando da 1000 lire a 1 euro.

Ma ciò che è sfuggito a molti è che si sono verificati quasi altrettanti cambiamenti in diminuzione di prezzi di beni e servizi, quali l’energia e il gas, che però hanno pesato meno sulla percezione dei consumatori. Cognitivamente, infatti, (lo dice una ricerca del 2011 che troverete citata nello studio della Cattolica) si è predisposti ad attribuire un peso maggiore agli aumenti di prezzo più che alle loro diminuzioni.

Veniamo al terzo elemento che abbiamo sottolineato: il calcolo mentale del consumatore. Come fa notare lo studio, la tendenza della maggior parte degli italiani a semplificare il cambio tra euro e lire è una delle cause che concorrono a una percezione distorta dell’inflazione. Se infatti il vero cambio è 1 euro = 1936,27 lire, non è raro che i consumatori considerino 1 euro come equivalente a 2000 lire. Potrà dunque sembrare un dettaglio di poco conto, ma, evidenziano gli autori dello studio, questa semplificazione porta a sottostimare il prezzo in lire e ad aggiungere così un’inflazione “virtuale” del 3,3%, dettaglio invece considerevole.

Non va dimenticato un ultimo elemento, ovvero l’incapacità dei consumatori di ricordare i veri prezzi in lire. I risultati di un questionario hanno mostrato come i prezzi in lire vengono ricordati come molto inferiori rispetto a quelli reali. Nello stesso questionario, è emerso anche che le persone con un’abilità inferiore nel ricordare i prezzi abbiano una percezione dell’inflazione più alta e persistente.

Sulla base di questi elementi possiamo allora rifiutare il luogo comune dei prezzi raddoppiati dall’euro. Infatti l’inflazione (del 2,5% in seguito all’introduzione dell’euro) e l’aumento, anche importante, dei prezzi di alcuni beni non ha influito realmente sulla spesa complessiva delle famiglie tanto quanto è stato percepito. Percezioni sui prezzi che, conclude la Cattolica,

“Si creano tramite una serie di meccanismi psicologici che congiuntamente riescono ad amplificare questi aumenti di prezzo in un’inflazione percepita ben più alta della realtà”.

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