Relativismo e Cristologia
di Giorgio Faro, docente di Etica presso la Pontificia Università della Santa Croce
La debolezza del pensiero relativista quando si confronta con i dati storici su Cristo
Il relativismo, dopo la crisi delle grandi ideologie nel corso del terribile Novecento, contrassegna anche l’inizio di questo inizio di Millennio. Esso ha avuto due periodi di gestazione. Innanzitutto, il relativismo moderno è strettamente collegato allo scientismo coevo. Infatti, ritiene che sia impossibile arrivare alla verità. Le uniche certezze, a questo mondo, sono quelle che scaturiscono da verifica sperimentale: l’unica “scientifica”. A sua volta, anche le teorie scientifiche non sono che verità relative: quando trovo una teoria che mi consente un miglior dominio del mondo e del controllo e riproduzione dei suoi fenomeni, getto via quella vecchia… : tutto è relativo!
Opinioni al posto della verità
Di conseguenza non c’è alcuna verità permanenente, per il semplice motivo che ci sono solo opinioni. Noi scegliamo quelle più utili, oggi. Una teoria non vale se è vera o meno, ma se funziona o meno, finché non se ne trovi una più utile. Questo significa che solo la scienza sperimentale può oggi dirci qualcosa sulla realtà. Mentre le verità metafisiche, etiche, religiose, hanno a vedere esclusivamente con la soggettività, la privacy, l’estetica, la fiction, i sentimenti personali. Non possono più dire nulla sulla realtà.
La legge morale naturale sostituita dall’opinione pubblica
Con il sorgere delle democrazie, il relativismo, negando l’esistenza della cosiddetta legge naturale e quindi l’oggettività di una coscienza formata sui principi primi della morale e in parallelo con le virtù, afferma che ognuno ha il suo soggettivo modo di intendere la felicità, che equivale a un sentimento. Dal momento però che ogni via alla felicità esige almeno un po’ di benessere, ecco che compito dello stato moderno diventa quello di diffondere il maggior benessere possibile per il maggior numero. E non avendo più riferimenti con la legge morale, ecco che qualsiasi cosa è vera, al momento in cui appare utile alla maggioranza, attraverso il voto democratico: diretto o indiretto. Esso esprime la sommatoria delle volontà individuali.
La dittatura della maggioranza
Si può così mettere oggi ai voti chi sia o meno persona ed i requisiti necessari per essere riconosciuti come persone. Il concetto di persona è oggi un concetto culturale. Ben presto, questo relativismo è entrato in crisi perché è divenuto manfesto come, in tal modo, imponga una “dittatura delle maggioranze” sulle minoranze, che fa a pugni con l’idea di tolleranza e di democrazia.
Già Tocqueville ammoniva al rischio della dittatura della maggioranza, pur guardando con favore alla democrazia statunitense, vedendo proprio nella religione un baluardo contro il rischio del totalitarismo: una garanzia di democrazia: “è il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà. La religione è più necessaria nella repubblica che nella monarchia e ancor più necessaria nelle repubbliche democratiche che in tutte le altre” (da: La democrazia in America).
Il postulato dell’uguaglianza degli uomini
Ed ecco che il relativismo contemporaneo propone oggi un’altra ricetta. Il ragionamento è semplice. Prima premessa: tutti gli uomini sono eguali, almeno per dignità (poi, in realtà si distingue tra essere umano e persona: ma solo se ciò è utile a produrre il maggior benessere per il maggior numero). Concetto mutuato dal cristianesimo, che proclama l’uguaglianza genetica di tutto il genere umano: tutti siamo figli di Dio.
Non si capisce però come mai il relativismo affermi questo postulato: infatti, non c’è nulla di più relativo che un’esistenza umana. Come si fa a dire che tutti abbiamo una pari dignità? Solo se l’uomo è un’immagine di Dio, solo se rappresenta l’Assoluto, allora può avere una dignità incommensurabile, al di sopra di qualsiasi discriminazione.
Comunque, riprendiamo il filo: per il relativismo tutti gli uomini sono eguali. Pertanto, non si può più discriminare tra maggioranze e minoranze. E di conseguenza, se tutti gli uomini -secondo dogma- sono eguali, le loro opinioni hanno tutte egual valore. A questo punto, l’unico peccato mortale è distinguere tra vero e falso, tra bene e male, tra vizio e virtù. Possono esistere solo discorsi descrittivi, non valutativi. Infatti, qualunque valutazione implica già una discriminazione: è offensiva.
Il relativismo del “politicamente corretto”
La formula “il maggior benessere per il maggior numero”, ora significa che lo stato ha il dovere di soddisfare il maggior numero di desideri dei cittadini, trasformandoli in diritti, a patto che ogni desiderio sia condiviso da almeno un’altra persona. Se c’è consenso, ogni desiderio può essere riconosciuto come degno di tutela giuridica.
Nessuno può affermare, ad esempio, che il tradizionale matrimonio eterosessuale e monogamico sia oggi superiore o migliore rispetto alle formule equiparate ad esso e a quelle future. Anzi, il matrimonio eterosessuale è una scelta culturale tra le altre… Nessuno può affermare che l’eutanasia vada vietata, se l’interessato trova il consenso di un’altra persona: ognuno può scegliere quando e come morire senza soffrire, sempre che trovi consenso (se da solo non può o non se la sente).
Questo tipo di relativismo statale è stato battezzato con la formula politicamente corretto. È immorale discriminare l’opinione o il comportamento di qualsiasi persona. Ogni comportamento, se condiviso almeno da un’altra persona, può essere reclamato come diritto. È immorale discutere il politicamente corretto. Tutto il resto è lecito.
E vediamo ora cosa c’entra il relativismo del politicamente corretto con la Cristologia.
Pubblicazioni su Gesù antiscientifiche
Assistiamo da tempo, forse a partire dal film di Gibson, peraltro lodevole, ad un fiorire di pubblicazioni e spettacoli su Cristo che appare per lo meno sospetto. Il Codice da Vinci, i Vangeli apocrifi, il libro di successo a firma Augias e Pesce (Inchiesta su Gesù), sono intanto operazioni commerciali e di solito remunerative.
Parlare di Cristo è oggi fonte di guadagno. Ma se osserviamo bene questi fenomeni, ci rendiamo conto che il modo di trattare questo tema, non costituisce altro che un’applicazione dell’ideologia del politicamente corretto alla cristologia. A parte Gibson, le tesi su Cristo sono oggi per lo più relativiste e, come il libro di Augias e Pesce, tendono a valutare la figura del Messia solo come uomo: certo, forse un grande uomo. Ma solo un uomo.
Per far passare questo messaggio si compie un’operazione ideologica (e proprio contro i dati scientifici, gli unici relativamente attendibili per un relativista: ironia della sorte!).
Ovvero, si afferma la tesi che, alla morte di Cristo sono fioriti tanti cristianesimi, ognuno portatore di un’interpretazione su Cristo di pari valore, rispetto agli altri. È stata la Chiesa cattolica che, in concorrenza con le altre intepretazioni, ha preso il sopravvento divinizzando Gesù Cristo intorno al II secolo e imponendo il canone dei 4 Vangeli (oltre ad Atti, lettere e Apocalisse) i soli ispirati. Ossia, scomunicando tutte le versioni rivali: i vangeli cosiddetti apocrifi. Si tratta di un atto totalitario e di discriminazione: del più forte sui più deboli. Che chiaramente viola il principio del politically correct. Ripristiniamo dunque il dogma dell’equivalenza di tutte le opinioni, giacché nessuno dice la verità, meno che mai la Chiesa cattolica. Restituiamo dignità ai cristianesimi alternativi!
Tentativi di avvicinare cronologicamente i 4 Vangeli ai testi apocrifi
Per accreditare tale versione, dicevo prima, occorre ignorare i dati scientifici consolidati, che asseriscono oggi unanimi che l’ultimo dei 4 Vangeli è stato quello attribuito a Giovanni, risalente al 100 d.C., mentre il primo dei Vangeli apocrifi, nella migliore delle ipotesi risulta scritto alla fine del II secolo o all’inizio del III. Mettendo da parte la scienza, le attuali pubblicazioni tendono a postdatare il più possibile i Vangeli e a retrodatare gli apocrifi: per renderli contemporanei tra loro. Dunque non uno, ma tanti vangeli e cristianesimi, portatori di opinioni di egual valore, fiorite grazie all’insegnamento di un uomo carismatico: Cristo.
Senza scomodare i teologi, la fede cristiana da sempre ritiene Cristo Vero Dio e Vero Uomo, Persona divina (il Verbo), che associa alla sua natura divina anche la natura umana. Ma andiamo subito a vedere con dati storici, se la validità di questa operazione è così autorevole come sembra proporsi (ricordo che nessuno sostiene di offrire al pubblico, con questi testi, una fiction).
Dati storici appena successivi alla morte di Gesù
Ebbene, Tertulliano (160-220 d.C.), nell’Apologeticum, ricorda che Tiberio sottopose ad un’inchiesta il prefetto Ponzio Pilato, che fu destituito nel 36 (seguito da Caifa), dal procuratore di Siria, Vitellio. Dato confermato da Tacito, che parla anche della morte di Gesù decretata da Pilato. Tertulliano inoltre, ricorda come nel 35, ovvero due anni dopo la morte di Cristo, Tiberio propose di includere Cristo tra le divinità del Pantheon romane, annoverando il cristianesimo come come religio licita.
La testimonianza di Giustino
Che l’inchiesta ci sia stata per davvero, lo scopriamo dall’apologista che precede Tertulliano: Giustino, filosofo e martire. (100-165 d.C.). Nella prima Apologia, scritta intorno al 150 d. C., Giustino parla degli Atti di Pilato, che ancora si possono consultare nell’archivio di stato (che era sul Campidoglio). Tali Atti (da non confondersi con l’omonimo Vangelo apocrifo), sono la relazione di difesa dell’operato di Pilato in Giudea, che descrive gli anni del suo mandato. Ci sono i soliti che affermano che sono “dati di parte”: i cristiani vogliono accreditarsi con documenti non citati da altri (è vero che talvolta hanno “interpolato”, ma oggi la critica è impietosa e professionale: lo si scopre subito).
Eppure, dove Tacito ha tratto le sue fonti su Pilato e Gesù, se non da quegli Atti?
Non solo. Giustino sta scrivendo la prima Apologia all’Imperatore Antonino Pio e al successore designato: il futuro Marco Aurelio, anch’egli filosofo. Come potrebbe Giustino citare il falso, sapendo chi sono i destinatari della sua apologia. Perché citare fonti fasulle, che risulterebbero tali alla prima ricerca in Archivio?
Il parere negativo del Senato romano sul Cristianesimo
Torniamo a Tertulliano, che ci ricorda che il senatoconsulto del 35, si risolse in uno smacco per Tiberio, imperatore vecchio e malato, che da tempo viveva in Campania (nella sua Villa di Capri) e non più a Roma (morirà nel 37). Il Senato, che già manifestava la sua insofferenza verso il vecchio imperatore, disse che non avendo avuto alcuna documentazione a riguardo di questo Cristo, pertanto, per un vizio procedurale, non poteva includere la religione del Dio Cristo, come religio licita. Il che equivalse, sostiene la storica Marta Sordi, ad annoverarlo tra le illicitae superstitiones. Ovvero un culto irrazionale.
Gli atti del martirio del senatore Apollonio, avvenuto sotto Commodo nel 185 d.C., ricordano che ciò avvenne in conformità ad un senatoconsulto (Marta Sordi). Oltre quello di Tiberio non se ne conoscono altri, relativi ai cristiani.
Tiberio tollerò il culto cristiano come fatto privato
Non abbiamo però detto tutto. Tiberio, ritenne irragionevole proprio l’opposizione del Senato: egli aveva di certo sottolineato l’opportunità di includere una religione che, in Giudea, predicava la pace e un regno di Dio, non di questo mondo; al contrario, il giudiasmo aveva da tempo assunto il volto dei sicari, in attesa di un Messia politico e rivoluzionario, a spese dei Romani. Subìto l’affronto, ricorda Tertulliano, Tiberio impose che per suo ordine imperiale i cristiani non potevano però subire persecuzioni da parte dello stato: non si dovevano ricercare positivamente cristiani, con le forze di polizia. Il che significava che potevano, a loro rischio, mantenere un culto privato, non pubblico.
Infatti, le prime Chiese pubbliche a Roma sorsero solo dopo il 313 d.C. (editto di Costantino: la religio cristiana è ora licita). Prima c’erano le ecclesiae domesticae: le case private adibite al culto eucaristico.
Persecuzioni sotto Nerone, Domiziano e Diocleziano
Sembra che la casa del Senatore Pudente, fu la prima adibita a tale culto dopo l’arrivo di Pietro a Roma (42 d.C.). Ovviamente, una disposizione imperiale poteva essere mutata solo da un altro imperatore: sarà il caso di Nerone, Domiziano, Diocleziano, che imporrano la persecuzione di stato. Imperatori così crudeli che, alla loro morte, veniva revocato il loro operato e tornava vigente, anche per i cristiani, il senatoconsulto di Tiberio ratificato poi, in maniera ambigua dal rescritto di Adriano.
L’unico documento ufficiale pervenutoci circa la posizione istituzionale dell’Impero, a noi noto, è il rescritto di Traiano (108-112) a Plinio il Giovine, citato da Tertulliano (Apologeticum, II), cui seguirà -sulla stessa linea- quello di Adriano (117-138) a Minucio Fundano, citato nella prima Apologia da Giustino. In essi si afferma che solo su accusa privata, in tribunale, si può instaurare un processo per cristianesimo (pertanto non si devono “positivamente” ricercare i cristiani). E se l’accusa provava i crimini, allora la condanna doveva essere inflessibile. I documenti erano sostanzialmente in politichese.
Il crimine di Cristianesimo, perseguito su denuncia privata
Giustino, nella sua Apologia, li interpreta a favore dei cristiani in questo modo: se non risultino crimini, oltre il fatto di essere cristiano, non bisognava procedere e rimandare libero l’accusato. L’interpretazione meno favorevole fu a sua volta seguita (come accadde allo stesso Giustino, martire su accusa privata, per il solo fatto di essere cristiano).
Infatti, il crimine di cristianesimo era facilmente provabile con l’invito a sacrificare agli déi di Roma: il conseguente rifiuto dell’imputato, era dimostrazione di seguire una illicita superstitio, per la quale i cristiani erano spesso accusati di impietas (culto per divinità estranee e rifiuto di culto a quelle patrie imperiali = mancanza di patriottismo e fedeltà all’Impero).
Ebbene, i rescritti (risposte scritte ad interpellanze), prima di Traiano e poi di Adriano, non fanno che confermare sostanzialmente il divieto di persecuzioni di stato, ma lasciano il cristiano spesso alla mercè della denuncia di privati. Ovvero, riconferma -con formula ambigua- lo spirito e la forma del senatoconsulto di Tiberio. Infine, per ribattere a quanti accusano di parzialità le fonti a favore del senatoconsulto del 35 (in quanto solo cristiane), sulla rivista Aevum, Marta Sordi ha pubblicato il passo di uno scritto del filosofo neoplatonico (e fortemente anticristiano) Porfirio (233-300 d.C.) che, parlando di persecuzioni anticristiane, cita il famoso senatoconsulto: è la prima fonte pagana a confermarlo.
La tesi di Augias e Pesce è contraddetta da dati storici
Morale della favola, Augias e Pesce affermano che la divinità di Cristo è una specie di apoteosi postuma, sancita dalla Chiesa nel II sec. d. C. Ma già Tiberio, due anni dopo la morte di Cristo, sapeva che i suoi seguaci lo adoravano come Dio… Se no, non avrebbe sottoposto al senato la questione!
I vangeli apocrifi, frutto del pensiero gnostico
Due parole ora sugli Apocrifi, che sono i testi dei cristianesimi alternativi con cui il relativismo del politicamente corretto vuol negare la divinità di Cristo. Gli apocrifi sono vangeli gnostici. All’epoca dell’Avvento cristiano le filosofie coeve si erano colorate di tinte religiose: esibivano una way of life, una via di salvezza e vita. Perfino Epicuro era chiamato “il Redentore”: esorcizzava dalla paura della morte, del dolore, degli déi (era atomista). Tali filosofie si coloravano spesso di religiosità, razionalizzando un mito e presto ci fu chi pensò di far lo stesso con la religione cristiana.
Paolo, Pietro, Giovanni, se la prendono -nelle loro lettere- specialmente con i filosofi gnostici. Non con i filosofi. Gli gnostici, che si credono unici interpreti autorizzati della verità, propongono una via di salvezza per pochi eletti: gli Illuminati. E non tollerano che il messaggio di Cristo sia invece per tutti. Il loro monopolio sulla verità sembra vacillare per colpa del credo democratico e non aristocratico dei cristiani: la salvezza è per tutti, non solo per i filosofi, né tanto meno gli gnostici. E allora, quasi per invidia e gelosia, scrivono la loro versione del vangelo… in forma gnostica: in concorrenza ai Vangeli canonici (ispirati).
Un curioso paradosso
L’aspetto paradossale è che i relativisti che propongono un Cristo che non è Dio, ma solo un uomo, vogliono accreditare i cristianesimi alternativi degli gnostici che propongono esattamente l’opposto: per gli gnostici, Gesù Cristo è vero Dio, ma non è uomo!
Infatti, tutti i vangeli gnostici oppongono il Dio Buono, di cui Gesù è figlio, al Dio cattivo: quello che ha creato il mondo e la materia, che è il male. Mentre lo spirito è il bene. Il Dio dell’Antico testamento è il dio Creatore, cattivo, autoritario, vendicativo. Quello del Nuovo, è il Dio Buono spirituale, di cui il Figlio predica l’Amore. Tuttavia, nei vangeli canonici, Cristo dice sempre di essere venuto non ad abolire il Vecchio Testamento, ma a completarlo: questo conflitto lo vedono solo gli gnostici…
Lo gnostico pretende di spiegare ogni cosa
Nel Vangelo di Giuda, Cristo è ben lieto di essere denunciato da Giuda per morire e separarsi dal corpo, tornando puro spirito nel regno di suo Padre ed attendere i pochi veri illuminati che con lui si salveranno dopo la morte (e Giuda tra questi).
La resurrezione dei corpi sarebbe un’infamia per uno gnostico. Lo gnostico pretende di includere ogni religione, anche rivelata, nella sua opera di razionalizzazione: la sapienza umana pretende di includere in sé e spiegare quella divina. Hegel, il grande gnostico della modernità deve spiegare tutto: la necessità della creazione e dell’incarnazione. Non ci sono misteri per gli gnsotici, solo loro sanno chi è Dio e come si parla con lui… Al popolino occorrono i testi sacri, con le immagini e i misteri… Il filosofo opera con concetti e idee: sono i tecnici della verità, i più vicini a Dio! Hegel include il cristianesimo, ormai privo di misteri, nella sua filosofia.
Negli Apocrifi le donne sono considerate esseri inferiori
Circa poi il presunto femminismo degli Apocrifi, cui sembra alludere il Codice da Vinci, appare sconfessato dal Vangelo di Tommaso, dove gli Apostoli chiedono a Cristo che fine farà sua madre, dal momento che le donne sono esseri inferiori: non possono andare in Paradiso. E Gesù risponde che la salverà… trasformandola in uomo! Alla faccia del femminismo degli Apocrifi…
La missione di Gesù: non solo per gli Ebrei, ma per tutti
Nel libro poi di Augias e Pesce si sostengono altre cose contradditorie: per esempio che Cristo è venuto solo per gli Ebrei. Ma il fatto che come ebreo inizi la sua missione dagli Ebrei, non significa che vuol precludere la salvezza ai non ebrei. L’ebreo Giuseppe Flavio, lo storico della distruzione del tempio di Gerusalemme e della sconfitta del 70.d.C., parla di Cristo nelle sue Antichità Giudaiche, in un brano sospetto, perché sembrava interpolato e manomesso da fedeli cristiani, a partire da Eusebio di Cesarea (e lo era!).
Ebbene, è stata trovata la versione originale, in un testo siriaco, citata dal Vescovo cristiano di Siria Agapio. Si fa menzione di Cristo, lo si descrive come uomo saggio e virtuoso crocifisso da Pilato, forse il Messia di cui parlavano i Profeti, e che ben operava. E si precisa: “…lo seguivano gente dei Giudei e degli altri popoli”. Ma se Cristo si volgeva solo agli ebrei, sarebbe stato intollerabile essere seguito anche dai Gentili… È una testimonianza di una fonte non cristiana, che gli studiosi ebrei che l’hanno reperita (Shlomo Peres) ritengono totalmente autorevole: il G. Flavio originale. Dato storico, che contrasta con le tesi di Augias e Pesce.
Le responsabilità della crocifissione
Inoltre, per i due autori, i cristiani avrebbero addossato la responsabilità della crocifissione -che era di Pilato- al Sinedrio, solo per piaggeria verso l’Impero. Strano però che, nella fattispecie, difendano Ponzio Pilato, la cui carriera politica era stata spianata dal potente Seiano, capo dei pretoriani (di cui Pilato era uno dei clientes, gli doveva la carriera), fatto uccidere da Tiberio nel 31 d.C. perché sospetto di tramare per il potere imperiale. Che fanno i cristiani, vanno a discolpare l’amico di uno che è caduto in disgrazia presso l’imperatore dei Romani e che poi lo destituirà dall’incarico?
Infine, i due autori affermano che il vangelo di Giovanni è quello più antiromano (fu scritto nell’epoca in cui Domiziano stava perseguitando i cristiani): è vero. Però il Vangelo di Giovanni è quello che più scagiona Pilato. Tutto cio è semplicemente contradditorio.
Un relativismo che contraddice i capisaldi del proprio pensiero: scientismo e materialismo
In sintesi, molte delle strenne natalizie, in vendita nelle librerie sul tema Cristo e i Vangeli, pretendono di portare acqua al relativismo secondo il politicamente corretto, ma sono in contraddizione con lo stesso relativismo: infatti, prescindono dai dati scientifici (unici attendibili, quando si parla della realtà, per un relativista) e avvalorano testi apocrifi che contengono tesi diametralmente opposte alle proprie (Cristo è solo uomo versus Cristo è solo Dio).
Bene, cerchiamo di non regalare per sbaglio libri simili ai nostri amici e familiari; o almeno di saperli inquadrare correttamente, se ce li regalano. Però, da un certo altro punto di vista, ben vengano! Infatti, una persona seria, finisce poi per interessarsi davvero a Cristo e andrà seriamente a vagliare le fonti e i dati storici. Se Cristo è la Verità, non si può avere paura di cercare, conoscere, amare la Verità.
Opinioni al posto della verità
Di conseguenza non c’è alcuna verità permanenente, per il semplice motivo che ci sono solo opinioni. Noi scegliamo quelle più utili, oggi. Una teoria non vale se è vera o meno, ma se funziona o meno, finché non se ne trovi una più utile. Questo significa che solo la scienza sperimentale può oggi dirci qualcosa sulla realtà. Mentre le verità metafisiche, etiche, religiose, hanno a vedere esclusivamente con la soggettività, la privacy, l’estetica, la fiction, i sentimenti personali. Non possono più dire nulla sulla realtà.
La legge morale naturale sostituita dall’opinione pubblica
Con il sorgere delle democrazie, il relativismo, negando l’esistenza della cosiddetta legge naturale e quindi l’oggettività di una coscienza formata sui principi primi della morale e in parallelo con le virtù, afferma che ognuno ha il suo soggettivo modo di intendere la felicità, che equivale a un sentimento. Dal momento però che ogni via alla felicità esige almeno un po’ di benessere, ecco che compito dello stato moderno diventa quello di diffondere il maggior benessere possibile per il maggior numero. E non avendo più riferimenti con la legge morale, ecco che qualsiasi cosa è vera, al momento in cui appare utile alla maggioranza, attraverso il voto democratico: diretto o indiretto. Esso esprime la sommatoria delle volontà individuali.
La dittatura della maggioranza
Si può così mettere oggi ai voti chi sia o meno persona ed i requisiti necessari per essere riconosciuti come persone. Il concetto di persona è oggi un concetto culturale. Ben presto, questo relativismo è entrato in crisi perché è divenuto manfesto come, in tal modo, imponga una “dittatura delle maggioranze” sulle minoranze, che fa a pugni con l’idea di tolleranza e di democrazia.
Già Tocqueville ammoniva al rischio della dittatura della maggioranza, pur guardando con favore alla democrazia statunitense, vedendo proprio nella religione un baluardo contro il rischio del totalitarismo: una garanzia di democrazia: “è il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà. La religione è più necessaria nella repubblica che nella monarchia e ancor più necessaria nelle repubbliche democratiche che in tutte le altre” (da: La democrazia in America).
Il postulato dell’uguaglianza degli uomini
Ed ecco che il relativismo contemporaneo propone oggi un’altra ricetta. Il ragionamento è semplice. Prima premessa: tutti gli uomini sono eguali, almeno per dignità (poi, in realtà si distingue tra essere umano e persona: ma solo se ciò è utile a produrre il maggior benessere per il maggior numero). Concetto mutuato dal cristianesimo, che proclama l’uguaglianza genetica di tutto il genere umano: tutti siamo figli di Dio.
Non si capisce però come mai il relativismo affermi questo postulato: infatti, non c’è nulla di più relativo che un’esistenza umana. Come si fa a dire che tutti abbiamo una pari dignità? Solo se l’uomo è un’immagine di Dio, solo se rappresenta l’Assoluto, allora può avere una dignità incommensurabile, al di sopra di qualsiasi discriminazione.
Comunque, riprendiamo il filo: per il relativismo tutti gli uomini sono eguali. Pertanto, non si può più discriminare tra maggioranze e minoranze. E di conseguenza, se tutti gli uomini -secondo dogma- sono eguali, le loro opinioni hanno tutte egual valore. A questo punto, l’unico peccato mortale è distinguere tra vero e falso, tra bene e male, tra vizio e virtù. Possono esistere solo discorsi descrittivi, non valutativi. Infatti, qualunque valutazione implica già una discriminazione: è offensiva.
Il relativismo del “politicamente corretto”
La formula “il maggior benessere per il maggior numero”, ora significa che lo stato ha il dovere di soddisfare il maggior numero di desideri dei cittadini, trasformandoli in diritti, a patto che ogni desiderio sia condiviso da almeno un’altra persona. Se c’è consenso, ogni desiderio può essere riconosciuto come degno di tutela giuridica.
Nessuno può affermare, ad esempio, che il tradizionale matrimonio eterosessuale e monogamico sia oggi superiore o migliore rispetto alle formule equiparate ad esso e a quelle future. Anzi, il matrimonio eterosessuale è una scelta culturale tra le altre… Nessuno può affermare che l’eutanasia vada vietata, se l’interessato trova il consenso di un’altra persona: ognuno può scegliere quando e come morire senza soffrire, sempre che trovi consenso (se da solo non può o non se la sente).
Questo tipo di relativismo statale è stato battezzato con la formula politicamente corretto. È immorale discriminare l’opinione o il comportamento di qualsiasi persona. Ogni comportamento, se condiviso almeno da un’altra persona, può essere reclamato come diritto. È immorale discutere il politicamente corretto. Tutto il resto è lecito.
E vediamo ora cosa c’entra il relativismo del politicamente corretto con la Cristologia.
Pubblicazioni su Gesù antiscientifiche
Assistiamo da tempo, forse a partire dal film di Gibson, peraltro lodevole, ad un fiorire di pubblicazioni e spettacoli su Cristo che appare per lo meno sospetto. Il Codice da Vinci, i Vangeli apocrifi, il libro di successo a firma Augias e Pesce (Inchiesta su Gesù), sono intanto operazioni commerciali e di solito remunerative.
Parlare di Cristo è oggi fonte di guadagno. Ma se osserviamo bene questi fenomeni, ci rendiamo conto che il modo di trattare questo tema, non costituisce altro che un’applicazione dell’ideologia del politicamente corretto alla cristologia. A parte Gibson, le tesi su Cristo sono oggi per lo più relativiste e, come il libro di Augias e Pesce, tendono a valutare la figura del Messia solo come uomo: certo, forse un grande uomo. Ma solo un uomo.
Per far passare questo messaggio si compie un’operazione ideologica (e proprio contro i dati scientifici, gli unici relativamente attendibili per un relativista: ironia della sorte!).
Ovvero, si afferma la tesi che, alla morte di Cristo sono fioriti tanti cristianesimi, ognuno portatore di un’interpretazione su Cristo di pari valore, rispetto agli altri. È stata la Chiesa cattolica che, in concorrenza con le altre intepretazioni, ha preso il sopravvento divinizzando Gesù Cristo intorno al II secolo e imponendo il canone dei 4 Vangeli (oltre ad Atti, lettere e Apocalisse) i soli ispirati. Ossia, scomunicando tutte le versioni rivali: i vangeli cosiddetti apocrifi. Si tratta di un atto totalitario e di discriminazione: del più forte sui più deboli. Che chiaramente viola il principio del politically correct. Ripristiniamo dunque il dogma dell’equivalenza di tutte le opinioni, giacché nessuno dice la verità, meno che mai la Chiesa cattolica. Restituiamo dignità ai cristianesimi alternativi!
Tentativi di avvicinare cronologicamente i 4 Vangeli ai testi apocrifi
Per accreditare tale versione, dicevo prima, occorre ignorare i dati scientifici consolidati, che asseriscono oggi unanimi che l’ultimo dei 4 Vangeli è stato quello attribuito a Giovanni, risalente al 100 d.C., mentre il primo dei Vangeli apocrifi, nella migliore delle ipotesi risulta scritto alla fine del II secolo o all’inizio del III. Mettendo da parte la scienza, le attuali pubblicazioni tendono a postdatare il più possibile i Vangeli e a retrodatare gli apocrifi: per renderli contemporanei tra loro. Dunque non uno, ma tanti vangeli e cristianesimi, portatori di opinioni di egual valore, fiorite grazie all’insegnamento di un uomo carismatico: Cristo.
Senza scomodare i teologi, la fede cristiana da sempre ritiene Cristo Vero Dio e Vero Uomo, Persona divina (il Verbo), che associa alla sua natura divina anche la natura umana. Ma andiamo subito a vedere con dati storici, se la validità di questa operazione è così autorevole come sembra proporsi (ricordo che nessuno sostiene di offrire al pubblico, con questi testi, una fiction).
Dati storici appena successivi alla morte di Gesù
Ebbene, Tertulliano (160-220 d.C.), nell’Apologeticum, ricorda che Tiberio sottopose ad un’inchiesta il prefetto Ponzio Pilato, che fu destituito nel 36 (seguito da Caifa), dal procuratore di Siria, Vitellio. Dato confermato da Tacito, che parla anche della morte di Gesù decretata da Pilato. Tertulliano inoltre, ricorda come nel 35, ovvero due anni dopo la morte di Cristo, Tiberio propose di includere Cristo tra le divinità del Pantheon romane, annoverando il cristianesimo come come religio licita.
La testimonianza di Giustino
Che l’inchiesta ci sia stata per davvero, lo scopriamo dall’apologista che precede Tertulliano: Giustino, filosofo e martire. (100-165 d.C.). Nella prima Apologia, scritta intorno al 150 d. C., Giustino parla degli Atti di Pilato, che ancora si possono consultare nell’archivio di stato (che era sul Campidoglio). Tali Atti (da non confondersi con l’omonimo Vangelo apocrifo), sono la relazione di difesa dell’operato di Pilato in Giudea, che descrive gli anni del suo mandato. Ci sono i soliti che affermano che sono “dati di parte”: i cristiani vogliono accreditarsi con documenti non citati da altri (è vero che talvolta hanno “interpolato”, ma oggi la critica è impietosa e professionale: lo si scopre subito).
Eppure, dove Tacito ha tratto le sue fonti su Pilato e Gesù, se non da quegli Atti?
Non solo. Giustino sta scrivendo la prima Apologia all’Imperatore Antonino Pio e al successore designato: il futuro Marco Aurelio, anch’egli filosofo. Come potrebbe Giustino citare il falso, sapendo chi sono i destinatari della sua apologia. Perché citare fonti fasulle, che risulterebbero tali alla prima ricerca in Archivio?
Il parere negativo del Senato romano sul Cristianesimo
Torniamo a Tertulliano, che ci ricorda che il senatoconsulto del 35, si risolse in uno smacco per Tiberio, imperatore vecchio e malato, che da tempo viveva in Campania (nella sua Villa di Capri) e non più a Roma (morirà nel 37). Il Senato, che già manifestava la sua insofferenza verso il vecchio imperatore, disse che non avendo avuto alcuna documentazione a riguardo di questo Cristo, pertanto, per un vizio procedurale, non poteva includere la religione del Dio Cristo, come religio licita. Il che equivalse, sostiene la storica Marta Sordi, ad annoverarlo tra le illicitae superstitiones. Ovvero un culto irrazionale.
Gli atti del martirio del senatore Apollonio, avvenuto sotto Commodo nel 185 d.C., ricordano che ciò avvenne in conformità ad un senatoconsulto (Marta Sordi). Oltre quello di Tiberio non se ne conoscono altri, relativi ai cristiani.
Tiberio tollerò il culto cristiano come fatto privato
Non abbiamo però detto tutto. Tiberio, ritenne irragionevole proprio l’opposizione del Senato: egli aveva di certo sottolineato l’opportunità di includere una religione che, in Giudea, predicava la pace e un regno di Dio, non di questo mondo; al contrario, il giudiasmo aveva da tempo assunto il volto dei sicari, in attesa di un Messia politico e rivoluzionario, a spese dei Romani. Subìto l’affronto, ricorda Tertulliano, Tiberio impose che per suo ordine imperiale i cristiani non potevano però subire persecuzioni da parte dello stato: non si dovevano ricercare positivamente cristiani, con le forze di polizia. Il che significava che potevano, a loro rischio, mantenere un culto privato, non pubblico.
Infatti, le prime Chiese pubbliche a Roma sorsero solo dopo il 313 d.C. (editto di Costantino: la religio cristiana è ora licita). Prima c’erano le ecclesiae domesticae: le case private adibite al culto eucaristico.
Persecuzioni sotto Nerone, Domiziano e Diocleziano
Sembra che la casa del Senatore Pudente, fu la prima adibita a tale culto dopo l’arrivo di Pietro a Roma (42 d.C.). Ovviamente, una disposizione imperiale poteva essere mutata solo da un altro imperatore: sarà il caso di Nerone, Domiziano, Diocleziano, che imporrano la persecuzione di stato. Imperatori così crudeli che, alla loro morte, veniva revocato il loro operato e tornava vigente, anche per i cristiani, il senatoconsulto di Tiberio ratificato poi, in maniera ambigua dal rescritto di Adriano.
L’unico documento ufficiale pervenutoci circa la posizione istituzionale dell’Impero, a noi noto, è il rescritto di Traiano (108-112) a Plinio il Giovine, citato da Tertulliano (Apologeticum, II), cui seguirà -sulla stessa linea- quello di Adriano (117-138) a Minucio Fundano, citato nella prima Apologia da Giustino. In essi si afferma che solo su accusa privata, in tribunale, si può instaurare un processo per cristianesimo (pertanto non si devono “positivamente” ricercare i cristiani). E se l’accusa provava i crimini, allora la condanna doveva essere inflessibile. I documenti erano sostanzialmente in politichese.
Il crimine di Cristianesimo, perseguito su denuncia privata
Giustino, nella sua Apologia, li interpreta a favore dei cristiani in questo modo: se non risultino crimini, oltre il fatto di essere cristiano, non bisognava procedere e rimandare libero l’accusato. L’interpretazione meno favorevole fu a sua volta seguita (come accadde allo stesso Giustino, martire su accusa privata, per il solo fatto di essere cristiano).
Infatti, il crimine di cristianesimo era facilmente provabile con l’invito a sacrificare agli déi di Roma: il conseguente rifiuto dell’imputato, era dimostrazione di seguire una illicita superstitio, per la quale i cristiani erano spesso accusati di impietas (culto per divinità estranee e rifiuto di culto a quelle patrie imperiali = mancanza di patriottismo e fedeltà all’Impero).
Ebbene, i rescritti (risposte scritte ad interpellanze), prima di Traiano e poi di Adriano, non fanno che confermare sostanzialmente il divieto di persecuzioni di stato, ma lasciano il cristiano spesso alla mercè della denuncia di privati. Ovvero, riconferma -con formula ambigua- lo spirito e la forma del senatoconsulto di Tiberio. Infine, per ribattere a quanti accusano di parzialità le fonti a favore del senatoconsulto del 35 (in quanto solo cristiane), sulla rivista Aevum, Marta Sordi ha pubblicato il passo di uno scritto del filosofo neoplatonico (e fortemente anticristiano) Porfirio (233-300 d.C.) che, parlando di persecuzioni anticristiane, cita il famoso senatoconsulto: è la prima fonte pagana a confermarlo.
La tesi di Augias e Pesce è contraddetta da dati storici
Morale della favola, Augias e Pesce affermano che la divinità di Cristo è una specie di apoteosi postuma, sancita dalla Chiesa nel II sec. d. C. Ma già Tiberio, due anni dopo la morte di Cristo, sapeva che i suoi seguaci lo adoravano come Dio… Se no, non avrebbe sottoposto al senato la questione!
I vangeli apocrifi, frutto del pensiero gnostico
Due parole ora sugli Apocrifi, che sono i testi dei cristianesimi alternativi con cui il relativismo del politicamente corretto vuol negare la divinità di Cristo. Gli apocrifi sono vangeli gnostici. All’epoca dell’Avvento cristiano le filosofie coeve si erano colorate di tinte religiose: esibivano una way of life, una via di salvezza e vita. Perfino Epicuro era chiamato “il Redentore”: esorcizzava dalla paura della morte, del dolore, degli déi (era atomista). Tali filosofie si coloravano spesso di religiosità, razionalizzando un mito e presto ci fu chi pensò di far lo stesso con la religione cristiana.
Paolo, Pietro, Giovanni, se la prendono -nelle loro lettere- specialmente con i filosofi gnostici. Non con i filosofi. Gli gnostici, che si credono unici interpreti autorizzati della verità, propongono una via di salvezza per pochi eletti: gli Illuminati. E non tollerano che il messaggio di Cristo sia invece per tutti. Il loro monopolio sulla verità sembra vacillare per colpa del credo democratico e non aristocratico dei cristiani: la salvezza è per tutti, non solo per i filosofi, né tanto meno gli gnostici. E allora, quasi per invidia e gelosia, scrivono la loro versione del vangelo… in forma gnostica: in concorrenza ai Vangeli canonici (ispirati).
Un curioso paradosso
L’aspetto paradossale è che i relativisti che propongono un Cristo che non è Dio, ma solo un uomo, vogliono accreditare i cristianesimi alternativi degli gnostici che propongono esattamente l’opposto: per gli gnostici, Gesù Cristo è vero Dio, ma non è uomo!
Infatti, tutti i vangeli gnostici oppongono il Dio Buono, di cui Gesù è figlio, al Dio cattivo: quello che ha creato il mondo e la materia, che è il male. Mentre lo spirito è il bene. Il Dio dell’Antico testamento è il dio Creatore, cattivo, autoritario, vendicativo. Quello del Nuovo, è il Dio Buono spirituale, di cui il Figlio predica l’Amore. Tuttavia, nei vangeli canonici, Cristo dice sempre di essere venuto non ad abolire il Vecchio Testamento, ma a completarlo: questo conflitto lo vedono solo gli gnostici…
Lo gnostico pretende di spiegare ogni cosa
Nel Vangelo di Giuda, Cristo è ben lieto di essere denunciato da Giuda per morire e separarsi dal corpo, tornando puro spirito nel regno di suo Padre ed attendere i pochi veri illuminati che con lui si salveranno dopo la morte (e Giuda tra questi).
La resurrezione dei corpi sarebbe un’infamia per uno gnostico. Lo gnostico pretende di includere ogni religione, anche rivelata, nella sua opera di razionalizzazione: la sapienza umana pretende di includere in sé e spiegare quella divina. Hegel, il grande gnostico della modernità deve spiegare tutto: la necessità della creazione e dell’incarnazione. Non ci sono misteri per gli gnsotici, solo loro sanno chi è Dio e come si parla con lui… Al popolino occorrono i testi sacri, con le immagini e i misteri… Il filosofo opera con concetti e idee: sono i tecnici della verità, i più vicini a Dio! Hegel include il cristianesimo, ormai privo di misteri, nella sua filosofia.
Negli Apocrifi le donne sono considerate esseri inferiori
Circa poi il presunto femminismo degli Apocrifi, cui sembra alludere il Codice da Vinci, appare sconfessato dal Vangelo di Tommaso, dove gli Apostoli chiedono a Cristo che fine farà sua madre, dal momento che le donne sono esseri inferiori: non possono andare in Paradiso. E Gesù risponde che la salverà… trasformandola in uomo! Alla faccia del femminismo degli Apocrifi…
La missione di Gesù: non solo per gli Ebrei, ma per tutti
Nel libro poi di Augias e Pesce si sostengono altre cose contradditorie: per esempio che Cristo è venuto solo per gli Ebrei. Ma il fatto che come ebreo inizi la sua missione dagli Ebrei, non significa che vuol precludere la salvezza ai non ebrei. L’ebreo Giuseppe Flavio, lo storico della distruzione del tempio di Gerusalemme e della sconfitta del 70.d.C., parla di Cristo nelle sue Antichità Giudaiche, in un brano sospetto, perché sembrava interpolato e manomesso da fedeli cristiani, a partire da Eusebio di Cesarea (e lo era!).
Ebbene, è stata trovata la versione originale, in un testo siriaco, citata dal Vescovo cristiano di Siria Agapio. Si fa menzione di Cristo, lo si descrive come uomo saggio e virtuoso crocifisso da Pilato, forse il Messia di cui parlavano i Profeti, e che ben operava. E si precisa: “…lo seguivano gente dei Giudei e degli altri popoli”. Ma se Cristo si volgeva solo agli ebrei, sarebbe stato intollerabile essere seguito anche dai Gentili… È una testimonianza di una fonte non cristiana, che gli studiosi ebrei che l’hanno reperita (Shlomo Peres) ritengono totalmente autorevole: il G. Flavio originale. Dato storico, che contrasta con le tesi di Augias e Pesce.
Le responsabilità della crocifissione
Inoltre, per i due autori, i cristiani avrebbero addossato la responsabilità della crocifissione -che era di Pilato- al Sinedrio, solo per piaggeria verso l’Impero. Strano però che, nella fattispecie, difendano Ponzio Pilato, la cui carriera politica era stata spianata dal potente Seiano, capo dei pretoriani (di cui Pilato era uno dei clientes, gli doveva la carriera), fatto uccidere da Tiberio nel 31 d.C. perché sospetto di tramare per il potere imperiale. Che fanno i cristiani, vanno a discolpare l’amico di uno che è caduto in disgrazia presso l’imperatore dei Romani e che poi lo destituirà dall’incarico?
Infine, i due autori affermano che il vangelo di Giovanni è quello più antiromano (fu scritto nell’epoca in cui Domiziano stava perseguitando i cristiani): è vero. Però il Vangelo di Giovanni è quello che più scagiona Pilato. Tutto cio è semplicemente contradditorio.
Un relativismo che contraddice i capisaldi del proprio pensiero: scientismo e materialismo
In sintesi, molte delle strenne natalizie, in vendita nelle librerie sul tema Cristo e i Vangeli, pretendono di portare acqua al relativismo secondo il politicamente corretto, ma sono in contraddizione con lo stesso relativismo: infatti, prescindono dai dati scientifici (unici attendibili, quando si parla della realtà, per un relativista) e avvalorano testi apocrifi che contengono tesi diametralmente opposte alle proprie (Cristo è solo uomo versus Cristo è solo Dio).
Bene, cerchiamo di non regalare per sbaglio libri simili ai nostri amici e familiari; o almeno di saperli inquadrare correttamente, se ce li regalano. Però, da un certo altro punto di vista, ben vengano! Infatti, una persona seria, finisce poi per interessarsi davvero a Cristo e andrà seriamente a vagliare le fonti e i dati storici. Se Cristo è la Verità, non si può avere paura di cercare, conoscere, amare la Verità.