Su Gesł un bel libro di Berger

di Gian Maria Vian. Avvenire, 20 settembre 2006

Una recensione di Vian sull'Avvenire. Messori commenta sul Corriere il libro intervista di Augias sullo stesso argomento.



Due libri su Gesù sono da oggi insieme in libreria. Entrambi meritevoli di attenzione, non potrebbero però essere più diversi. Il primo, di un affermato esegeta della facoltà evangelica di teologia di Monaco (Klaus Berger, Gesù, Queriniana), è uscito in Germania due anni fa: tradotto esemplarmente da Anna Bologna e introdotto da Rinaldo Fabris, è tanto imponente (e in apparenza scoraggiante) con le sue quasi settecento pagine quanto affascinante e controcorrente. Il secondo è invece un classico libro intervista tutto italiano, nato dall’incontro tra «l’ansia» di un notissimo giornalista e scrittore e «la scienza» di un docente di storia del cristianesimo all’università di Bologna (Corrado Augias, Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù, Mondadori) alla ricerca, come sintetizza il sottotitolo, di «chi era l’uomo che ha cambiato il mondo». L’uomo, appunto, mentre Berger non esita a concludere il suo cammino - e otto anni di scrittura - con un’antica invocazione latina: O rex gloriae, Christe, veni nobis cum pace («Cristo, re della gloria, vieni e portaci la pace»).
Due atteggiamenti, come si vede, ben caratterizzati (e anche dichiarati senza esitazione) nei confronti di Gesù, che fanno venire in mente quelli espressi da due celebri passi evangelici. Per l’Inchiesta di Augias e Pesce, la reazione dei paesani del maestro di Nazaret: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?» (Marco, 6, 2-3).
E, specularmente, per il Gesù di Berger, il commento di Cleopa e del suo amico dopo la cena a Emmaus con il viandante sconosciuto: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Luca, 24, 32).

Frutto di un «complesso lavoro redazionale» e di varie stesure (a cui hanno collaborato Andrea Cane, Nicoletta Lazzari, Valentina Vegetti e Pier Angela Mazzarino), l’Inchiesta è un libro interessante soprattutto per quanto riguarda l’uomo Gesù, del quale Pesce delinea, minimalmente, i tratti storici enucleati dalle fonti; di fronte poi alla domanda di Augias - diffusissima soprattutto dopo Dan Brown - se davvero le Chiese cristiane ne abbiano manipolato il messaggio, lo studioso risponde recisamente di no: si tratta di un processo di trasformazione che «non ha mai avuto lo scopo di occultare o di trasformare intenzionalmente la figura di Gesù a fini di potere».
Meriti del libro sono la contestualizzazione del rabbi di Nazaret nell’ambiente ebraico e le aperture all’antropologia (dove Pesce si muove bene grazie alla preziosa collaborazione con Adriana Destro), mentre meno convincente appare la trattazione della letteratura apocrifa - messa a frutto dallo studioso nel volume Le parole dimenticate di Gesù (Mondadori), ma che anche qui finisce per risultare troppo indistinta cronologicamente dagli scritti divenuti canonici - e ridotte a pochi cenni stereotipati sono le osservazioni sulla storia del cristianesimo, inscindibile dalla vicenda di Gesù.
Davvero sconcertante infine, in un libro su Gesù ebreo, l’omissione in bibliografia, dove figura persino il Codice da Vinci, della monumentale e già classica opera di John P. Meier (Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, I-III, Queriniana) e della sintesi di Giuseppe Barbaglio (Gesù ebreo di Galilea, Edb).
Non corre rischi "bibliografici" il bellissimo libro di Berger, per la decisione - singolare in un volume così esteso - di rinunciarvi, se non per qualche indicazione nel testo. La scelta esprime però bene l’intento dell’autore: rivolgersi al di là della cerchia degli specialisti, senza timore però di discuterne alla radice e in modo chiarissimo gli atteggiamenti scettici sulla possibilità di risalire al Gesù storico e i ridimensionamenti della sua figura. Ne risulta una narrazione avvincente, fluviale ma non difficile, che affronta i problemi posti allo storico dai testi neotestamentari in modo spesso originale (per esempio sul Vangelo giovanneo), contrasta ogni minimalismo, sa rivalutare con fondamento e passione la tradizione cristiana su Gesù (apocrifi compresi, con una predilezione per i testi medievali e monastici) e, trattando questioni brucianti come il rapporto tra i monoteismi, si apre al futuro. Cioè al Signore che verrà.


Gesù, non separiamo la fede dalla storia


di Vittorio Messori, Corriere della Sera, 29 settembre 2006

Corrado Augias assicura, nella premessa: <<Queste pagine sono state pensate e scritte in buona fede>>. E Mauro Pesce, nella postfazione: << Ho riassunto convinzioni cui sono arrivato dopo una lunga ricerca che mi sembra onesta>>. Buona fede, dunque, e onestà proclamate per questa Inchiesta su Gesù, Mondadori, dialogo tra uno dei più noti giornalisti e scrittori e uno dei più stimati biblisti, docente a Bologna. Sono propositi  edificanti che la lettura conferma. Il gusto elegante di Augias unito alla competenza solida di Pesce non hanno nulla a che fare con le trivialità di troppi pamphlétaires,  che ora dilagano anche in Internet. Apprezzabile, poi, la sincerità con cui l’intervistatore confessa che, a questa ricerca <<sull’uomo che ha cambiato il mondo>> (come dice il sottotitolo), è stato indotto da qualcosa di più della curiosità: <<potrei anche definirla ansia>>. In effetti, c’è, qui, un enigma con il quale ciascuno deve decidersi prima o poi a fare i conti .

Sembrano, però, contrastare con tutto questo certe espressioni nell’intervista di Augias al settimanale de La Repubblica. Qui, l’enfasi     prende la mano, spingendolo a definire  le affermazioni del suo   interlocutore << strepitose e inconfutabili>>. Dichiara poi di aver voluto andare al di là <<dell’insegnamento pigro e ripetitivo della Chiesa>>, la quale  – considerato che, qui, << si sfatano una serie di dogmi su cui si fonda il cattolicesimo>> - reagirà <<o con il silenzio o controbattendo con la sua ortodossia>>. Sembra rispuntare una tentazione laicista più che laica, unita all’entusiasmo di chi si inoltra nell’ Atlantide a lui sconosciuta che è l’esegesi biblica e scambia le indicazioni del suo Virgilio per dogmi inconfutabili e , magari, possibili armi antiecclesiali. E’ proprio ciò che non sembra affatto desiderare il professor Pesce che (in nome di quella “oggettività scientifica “ che, peraltro, forse è solo un mito illuminista) non vuole rivelare le sue convinzioni religiose, ma che ha una formazione cattolica . Tanto  da ricordare per un paio di volte di avere avuto uno dei suoi grandi maestri in un monaco benedettino, il padre Jacques Dupont, di cui abbiamo personalmente conosciuto la fede saldissima, non contrastata dalla erudizione. Ma le iperboli del giornalista (“strepitoso“, “inconfutabile“, “dogmi sfatati“) contrastano pure con la cauta  prudenza del docente che lo fronteggia  . Anche se, alla fine, risulta chiaro che –per lui come per tanti suoi colleghi– il Gesù della storia, predicatore ebreo dai tratti incerti, non coincide affatto  con lo sfolgorante Cristo della fede, Pesce è talvolta restio nel rispondere con una formula tranciante, consapevole della complessità di problemi sui quali più che certezze non ci sono che ipotesi, spesso malferme.

In effetti, proprio questo è il punto del quale non sembra avere sufficiente consapevolezza Corrado Augias, sorpreso da “rivelazioni“ che tali non sono affatto per chi conosca il milieu. L’esegesi biblica è una ben strana “scienza“, soprattutto in quel metodo storico-critico ancora egemone (seppur scricchiolante) nelle università, metodo nel quale anche Pesce si è  formato.  Lo specialista tipo parte dal presupposto che, nei vangeli, nulla ha garanzia di essere storico, di riferirci cioè con esattezza ciò che è davvero successo. Tutto potrebbe derivare da miti, equivoci, interpolazioni,   manipolazioni ad opera  di oscure comunità. Dopo avere dichiarato  obbligatorio questo scetticismo radicale, dopo avere affermato che non abbiamo alcuna base certa su cui ricostruire le origini del cristianesimo, ecco   l’esperto procedere a uno sconcertante lavoro di cernita sul Nuovo Testamento: << Questo versetto risale a Gesù, quest’ altro è stato inserito per ragioni che posso spiegarvi, questo ha una parvenza di verità che è stata però stravolta, in questo risuona un mito ellenistico, qui c’è un’infiltrazione gnostica, questo risponde a un’interpolazione tardiva a fini ecclesiali ...>> .  E ciò -con divertimento sommo di chi abbia letto Karl Popper- ciò  i cattedratici chiamano “scienza“, senza spiegare in base a che cosa compiano    simili scelte. In realtà, il metro di giudizio è basato in gran parte su incerti se non arbitrari criteri filologici e su precomprensioni confessionali ,  culturali, caratteriali dello specialista, che è un poveruomo come tutti noi.   Un solo caso, ma esemplare: quello di Rudolf Bultmann, considerato tra i maggiori esegeti del XX secolo e che esercitò per decenni una sorta di terrorismo verso chi cercasse anche solo un barlume di storicità nei vangeli, dove tutto non sarebbe che un mito salvifico. Ebbene, Bultmann fu innanzitutto un teologo luterano (con ciò che questo significa come   approccio alla Scrittura), poi un filosofo esistenzialista, poi un provinciale intimorito dal progresso tecnico (era ossessionato dalla novità delle lampadine elettriche  e delle radio a valvole), infine fu anche un biblista.  Mai Bultmann volle muoversi dalla sua università tedesca per vedere i luoghi di Gesù: ciò che importava ero lo schema distillato in biblioteca, se il piccone dell’archeologo in Israele portava alla luce qualche conferma del vangelo , tanto peggio per l’archeologo. Noi, ingenui profani, dovremmo mettercelo in testa, una volta per tutte: davanti alla Scrittura, la sola cosa che un uomo “moderno e consapevole“ deve prendere sul serio sono le note del professore. L’unico Magistero credibile non è più quello delle cattedrali  vescovili, è quello delle cattedre accademiche.

Succede , però, che la sedicente “scienza biblica moderna“ da oltre due secoli non è altro che un succedersi di scuole, ciascuna delle quali rifiuta come inaccettabile la scuola precedente e procede ad altra classificazione del “grado di storicità“ delle antiche pericopi . Il tutto, all’insegna della gratuità: se nulla è sicuro, in quei testi, perchè dovrebbero esserlo le ipotesi gabellate per certezze “oggettive“?

C’è disagio nel dover limitarsi, nel breve spazio di un articolo, a questi    pochi cenni. Dietro i quali, sia chiaro, c’è comunque la consapevolezza che la    Scrittura cristiana non è l’intoccabile Corano, in essa la storia si intreccia alla fede e l’ispirazione divina agisce attraverso la collaborazione umana, per discernere la quale è necessario lo specialista. Costui è importante. Ma non ha l’ultima parola. Per aggiungere un solo spunto: Mauro Pesce resta fermo nella datazione tarda dei vangeli, redatti tutti –ad avviso della sua scuola-  dopo la catastrofe del 70. Pur lasciando da parte il contestato 7Q5 di Qumran, con i presunti 20 caratteri di Marco, aumentano di continuo i discepoli di Carmignac, Tresmomant, Robinson, Thiede, dei giovani docenti  della “Scuola di Madrid“: i Sinottici, cioè, sarebbero traduzioni in greco dall’ebraico od aramaico, scritti a ridosso della morte di Gesù, prima che l’annuncio della Risurrezione lasciasse Israele, quando ancora erano vivi e vigilanti i testimoni oculari. Questo cambierebbe tutto, ridurrebbe a elucubrazioni grottesche  le “certezze scientifiche“ esposte in migliaia di severi volumi da generazioni di docenti.

Insomma: con il rispetto dovuto a ogni parere (purchè non diventi un nuovo dogma, ma non sembra il caso di Augias e Pesce), nel continuo rinnovarsi delle più contraddittorie “ipotesi su Gesù“, quella del cattolico ortodosso conserva essa pure la possibilità di essere la vera. Per dirla con Jean Guitton: <<La critica può mettere in crisi la fede. Ma la critica della critica può ricondurvi>>.